Libro Luce

L’intuizione nell’approccio ai testi sacri

di Claudia Finetti

Tutto ciò che serve per il cammino gnostico è già in noi. L’iniziato riscopre, attraverso l’autoconoscenza e la pratica spirituale, la sua vera Identità. Si tratta di partorire alla luce un nuovo elemento, capace di superare la dicotomia fra il bene e il male.

L’arte dello studio dei testi sacri è considerata importantissima da quasi tutte le tradizioni mistiche. In essi è celato un segreto, vi scorre una sostanza capace di nutrirci ad un livello sottile. Spesso però questi scritti ci appaiono oscuri ed enigmatici: sappiamo che sarebbe un errore fermarci ad una interpretazione letterale del messaggio, ma ci è difficile scendere ad un livello di comprensione più profondo, simbolico e intuitivo che potrebbe poi aprirci all’ispirazione spirituale. Senza contare la difficoltà per cui, a volte, il significato di alcune parole che ci giungono da un passato remoto ha assunto un diverso senso comune attuale.
La difficoltà nell’esegesi dei testi sacri, nel nostro caso della tradizione occidentale, è rappresentata anche dal fatto che, a partire dalla lingua originaria – antica e ormai scomparsa o in disuso -, le varie traduzioni che spesso si susseguono da una lingua all’altra comportano via via un’alterazione, a volte decisiva, del senso del messaggio originale. Ciò anche a causa dell’inevitabile soggettività del traduttore, della cultura e del credo di appartenenza.
Accade allora che, nel leggere parti della narrazione, o nel ricercare ad esempio il significato di un loghion, spesso la nostra mente entri in contraddizione. C’è qualcosa che sorge in noi, latente, sul significato che il messaggio ci vuole trasmettere, come se fosse l’eco lontana di un sogno sfuggito ormai alla nostra coscienza. La nostra razionalità cerca di coniugare quell’eco profonda con le parole scritte che ci sono giunte e, attraverso le lenti della nostra storia soggettiva, di attribuire loro un significato. Spesso, in questa operazione, il sussurro del profondo finisce per essere allontanato come qualcosa di scomodo, in quanto incoerente con quanto ci sforziamo di “capire”. C’è innanzitutto bisogno di silenzio, ma di che tipo di silenzio?
Vorremmo partire, per fare maggiore chiarezza, da un esempio pratico, del quale abbiamo fatto esperienza nel nostro gruppo di studio: durante i nostri incontri di studio dei Vangeli Gnostici iniziamo sempre con il leggere un loghion, in questo caso del Vangelo di Tommaso, per tre volte consecutive; questo ha lo scopo di lasciar penetrare nel profondo le parole del Maestro Gesù, affinché possano superare le prime barriere della mente oggettuale e psichica, e condurci in uno stato più profondo, di tipo meditativo. Si potrebbe parlare di un’attesa cosciente. Tale preparazione nella cultura gnostico cristiana era definita pronoia, dal termine greco noein (il percepire consapevole).
Leggiamo, da una delle nostre traduzioni italiane, le seguenti parole di Gesù:
«Guai alla carne che dipende dall’anima! Guai all’anima che dipende dalla carne!».
Alcuni minuti trascorrono, durante i quali ognuna delle circa venticinque persone riunite si concentra affinché giunga alla coscienza un Significato. Qualcosa si scontra all’interno di noi… la nostra mente razionale si affanna per cogliere che cosa mai, nella relazione fra corpo e anima, possa essere fonte di “guai”. Scende, verso il mio emisfero destro, un’immagine: una luce che, dal lontano confine del nostro sistema solare, giunge fino alla Terra. E ascolto: «Lo Spirito discende nella materia», mentre appare il simbolo di Saturno. Nel frattempo, nel mio emisfero sinistro avviene tutto un lavorio alla ricerca della “giusta” separazione fra corpo ed anima. E tale lavorio è così impegnato che l’immagine diventa qualcosa di superfluo, di incoerente, qualcosa da scacciare con un lieve gesto, come si farebbe con un velo fastidioso che ci sfiorasse il viso. Iniziamo a scambiarci i nostri pensieri, tutti interessanti e tutti, da uno specifico punto di vista, giustificati. Arriverà un tempo per ognuno nel quale l’anima si separerà dal corpo. E allora il corpo smetterà di essere vivificato dall’anima. Dobbiamo prepararci prima?
Simili preoccupazioni hanno anche indotto schiere di mistici ad operare una severa “purificazione” e mortificazione del corpo fisico, non considerando, oppure volendo ignorare, quale straordinario risultato evolutivo esso sia. Confrontarsi con le sue leggi potenti e armonizzarle risulta forse il compito più difficile.
Il nostro maestro ci fa notare che nella sua traduzione, in altra lingua, la prima parola del loghion è diversa:
«Ahi, alla carne che dipende dall’anima! Ahi, all’anima che dipende dalla carne!».
Potrebbe avere lo stesso senso che ha la parola “guai”… Ma quale significato aveva quell’esclamazione, nel momento storico in cui è stata pronunciata? E con quale “movimento” o enfasi? Qual era il termine originariamente utilizzato? Forse per sottolineare l’importanza del legame fra corpo ed anima? Non possiamo saperlo, ma allentiamo in questo modo la credenza di dover ricercare una “verità certa”.
Ora che la mente razionale non è più forzata ad andare in una direzione di coerenza letterale, sentiamo che qualcosa in noi si rilassa, ci apriamo ad una prospettiva completamente diversa. E forse adesso l’immagine che era giunta, quella dello spirito che discendeva nella materia, può essere recuperata e amplificata, anche grazie all’emisfero “pensante”.
Lo spirito ha bisogno dell’anima, plasmatrice della forma, per trasmettere tutto il suo amore fino all’ultimo gradino della sua creazione. Il corpo è il veicolo che può diffondere questo amore dentro e fuori di sé, facendolo giungere fino alle profondità del mondo sensibile.
Questa esperienza è stata per noi importante, e quasi dovremmo ringraziare quegli “errori” di traduzione che ci permettono di comprendere quanto la predominanza della razionalità non ci permetta di collegarci ad una verità che è sempre viva e, in tal senso, disponibile.
Ciò che intendiamo è che un loghion è come l’estremità di un filo che ci collega alla Fonte. Esso contiene una traccia, un’impronta visibile che si collega all’invisibile. E in questo si fa simbolo.
Anche quando le parole fossero alterate, o in parte contraffatte, c’è in noi una facoltà latente che, qualora venga sviluppata, è capace di ricongiungerci alla Fonte. Per beneficiare di questa facoltà dobbiamo allenarci all’ascolto, nel silenzio dell’emisfero sinistro, attenti alla nostra parte più ricettiva, quella collegata all’intuizione. Possiamo dire che è la nostra parte femminile a doversi attivare per prima. Dobbiamo lasciare, quindi, spazio all’intuizione e alla capacità di visione diretta.
Ricettività, silenzio, accoglimento, passività attiva che capta le immagini della verità. Tutte queste caratteristiche, attribuite al “femminile”, sono state purtroppo distorte nel loro significato. Sono state utilizzate in passato, soprattutto da alcune culture, per imporre alle donne il silenzio (verbale), l’accoglimento e la ricettività (nei soprusi), la passività (sociale). D’altra parte, è una caratteristica della nostra dimensione materiale quella di distorcere i messaggi provenienti dai mondi spirituali, adattandoli alla nostra capacità coscienziale e al nostro ego. Come una radio che subisca svariate interferenze, la verità viene distorta prima che si depositi nella nostra coscienza razionale. E forse, ci fa anche comodo che la nostra interpretazione soddisfi i nostri bisogni individuali o di gruppo…

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