Appunti sulla letizia

Appunti sulla letizia

di Linda Parrinello

Si può sorridere camminando fra i mali del mondo? O piuttosto il cammino spirituale richiede serietà, solennità e timore di Dio? Liberarsi davvero dalle aspettative, dal giudizio e dalla paura può condurci a sperimentare stati di divina leggerezza.

«Vergogna, per il desiderio dei vostri occhi e per i vostri sorrisi!… Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia… Nostro Signore non ha avuto bisogno di tante stoltezze per indicarci la retta via. Nulla nelle sue parabole muove al riso». È del riso e della levità una condanna netta, inappellabile, quella pronunciata dal benedettino padre Jorge, bibliotecario cieco e omicida, nel celebre romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa. È Jorge a uccidere, uno dopo l’altro, alcuni confratelli che hanno avuto la protervia di avvicinarsi al misterioso secondo libro della Poetica di Aristotele, che sarebbe stato (il condizionale è d’obbligo, perché non esiste certezza che tale testo sia realmente esistito) dedicato alla commedia. Ed è lui stesso a spiegare a Guglielmo, monaco francescano suo antagonista nella storia, la ragione di tanto accanimento: «Il riso libera il villano dalla paura del diavolo… Questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza… Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio… Da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini?».
Da un lato la paura di Dio, “provvidenziale” perché dono del cielo, dall’altro un riso liberatorio, capace di distruggere la morte. Da una parte la sapienza, che vuol dire liberarsi dalla paura di ogni demone, dall’altra la legge imposta a creature tanto peccatrici da dover essere addirittura grate di poter provare paura. Paura di Dio, paura della morte, paura del diavolo, paura del peccato, paura della conoscenza… paura della leggerezza come della vita. Infine, la paura come antitesi della gioia. Sembra di sentirla sulle proprie spalle tutta l’immane pesantezza di Jorge. Così come sembra di sentire risuonare le parole di condanna di padre Guglielmo, che indicano a Jorge il baratro in cui è sprofondato: «Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto». Jorge e Guglielmo, due vite un’unica – almeno apparentemente – via.

A questo punto si rende necessario allontanare da noi ogni tentazione di bollare le parole dei due monaci come false, in quanto di personaggi immaginari, perché l’immaginazione è sorella dell’intuizione, e di per sé di gran lunga più perspicace dell’intelletto. E perché, al di là della finzione letteraria di Jorge e della discettazione teologica medioevale (di cui Eco fa discutere a iosa i due protagonisti, profondendosi in citazioni), nessun uomo sano di mente e di cuore può credere in verità che Gesù, il Cristo, nel suo passaggio terreno, non abbia riso e sorriso di se stesso e delle cose del mondo: tra le parole dei Vangeli si intuiscono suoi velati sorrisi così come, più apertamente, in alcuni testi apocrifi. Il che vuol dire che se Lui, al pari di noi, è fatto a immagine e somiglianza del Padre, anche il Padre sorride. Molti mistici e poeti parlano di un eterno presente che contraddistingue l’atto della sua perenne creazione: un attimo infinito in cui Tutto – vibrando al suono del Suo riso – continua a rinascere, inondando l’Universo di un amore senza fine.

Ma di cosa si compone questo speciale tipo di gioia? Francesco d’Assisi, fondatore dell’ordine a cui non a caso nel romanzo padre Guglielmo appartiene, amava predicare spesso sulla letizia, sentimento sottile, umile e profondo. Le fonti francescane riportano una parabola sul suo modo di intendere la vera e perfetta letizia, non a caso il “poverello d’Assisi” venne soprannominato anche “Giullare di Dio”.
«Lo stesso fra Leonardo riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi” questi rispose: “Eccomi, sono pronto”. “Scrivi – disse – quale è la vera letizia”. “Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltralpe, arcivescovi e vescovi, non solo ma perfino il Re di Francia e il Re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”. “Ma quale è la vera letizia?”. “Ecco, io torno da Perugia e, a notte fonda, giungo qui, ed è inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo del ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti la porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”».
Per Francesco, non è la sapienza esibita (i dotti) a condurre alla vera letizia, neanche il favore dei potenti (vescovi e re), né la conquista dell’altrui attenzione (gli infedeli), nessun presunto superpotere (i miracoli), né la capacità di sanare le ferite altrui (gli infermi). La vera letizia non può esserci data, né essere acquistata, ma matura in noi. Sorge da dentro, quando le ferite inferte dalla vita, il rifiuto degli altri e il senso di solitudine imposto dal mondo sono accolti senza avere più nulla a pretendere; quando il dolore e le disillusioni si trasformano in preziose occasioni per imparare a prendersi cura della propria anima dolente: accettarla, abbracciarla, cullarla al ritmo di un amore incondizionato che mai si consuma. Solo allora lo Spirito trova spazio per espandersi, e i nostri occhi si aprono per scorgere il bagliore di quel luogo sacro in cui sediamo in silenzio al cospetto del nostro vero Sé. Un luogo dove l’anima si acquieta, dove ogni suo moto assume senso perché ne scorge l’origine, e di ciò gioisce.

La vera conoscenza (la gnosi) ha il sorriso nel cuore. Infatti, colui che sperimenta ciò che sa si fa lieve, perché così conosce e conoscendo acquista la libertà. Chi sa e fa esperienza del suo sapere si affranca dalla pesantezza di ogni sapienza intellettuale e di ogni giudizio. Colui che sa è come uno scienziato, un alchimista, che conosce la formula giusta. A volte, sceglie di attardarsi inorgogliendosi delle vette raggiunte dal suo sapere, e resta attonito a guardare il mondo dall’alto, sprecando il seme della sua conoscenza. Altre volte, invece, intuisce che quella formula non è data per rimanere lettera morta sui libri o nei meandri dell’intelletto, bensì per essere sperimentata nel suo laboratorio interiore. Allora, si dedicherà notte e giorno alla sua ricerca: certamente commetterà degli errori (frantumerà provette, farà esplodere alambicchi e lascerà affievolire la fiamma che conduce calore), rimarrà mille volte deluso, mille altre imprecherà contro se stesso e la malasorte, ma alla fine – se insisterà, senza darsi per vinto –, sarà capace di ridare vita a una formula che rischiava di rimanere inanimata. Sarà capace di distinguere tra il sapere e il comprendere, tra il dire e l’essere. E più sperimenterà più si libererà delle sue paure, di sbagliare o di non essere all’altezza. Perché sperimentare corrisponde alla sua vera natura: noi tutti, ciascuno a suo modo e ragione, siamo degli sperimentatori in potenza…

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