Elogio della tristezza

Elogio della tristezza

di Claudia Finetti

Spesso in un percorso spirituale si considerano giusti solo i sentimenti di gioia, di apertura, di serenità e, qualora si senta qualcosa di diverso, ci si sente in colpa per non essere abbastanza “luminosi”. Ma tali stati di armonia dell’essere sono il frutto del contatto quotidiano con quelle emozioni che maggiormente hanno bisogno della nostra luce.

No, non siamo tornati indietro nel tempo, all’epoca di un Romanticismo in cui si pensava all’uomo come a un essere destinato all’infelicità, vittima di un vuoto incolmabile. Nel mondo finito, si diceva, con le sue risorse costruite e limitate, non vi era possibilità di risalire all’estasi dell’infinito, che era sentita come il vero destino dell’anima. La tristezza e la melanconia erano pertanto gli stati d’animo che accompagnavano gli artisti e i filosofi romantici.
Però, qualcosa di vero – come in tutti i paradigmi – c’è. La tristezza è forse il sentimento che con maggior delicatezza ci permette di avvicinarci alla nostra interiorità ferita o, empaticamente, a quella dell’altro da noi. La tristezza è un movimento empatico forse più importante e nobile dell’allegria.
Il continuo inno della nostra cultura che ci chiede di essere felici – attivi, palestrati, efficienti, belli e sorridenti -, ci conduce a tagliare via la metà della mela. Ma non possiamo essere umani veri e completi, cioè delle persone integre, vivendo le nostre emozioni a metà. Tutte le nostre emozioni, più o meno piacevoli, hanno una fondamentale importanza nel nostro sistema psicosomatico e nella nostra evoluzione. Sopprimerne alcune significa ridurci a vivere in una o due stanze della nostra casa, privandoci delle molte sfaccettature che, tutte insieme, ci definiscono. Ogni emozione rappresenta una nostra potenziale funzione con la sua specifica energia. Solo familiarizzando con ognuna di esse, e conoscendole nel nostro intimo, possiamo divenire degli esseri completi di tutto il nostro potenziale. In termini esoterici, potremmo dire che in ogni emozione risiede una perla da recuperare, una scintilla di luce che ci connette con una funzione divina. Nel profondo di ogni essere umano risiede Dio che, però, è Uno con tutte le sue parti…
Invece, di fronte a un problema esistenziale, ma anche a una malattia oppure a un lutto, ci sentiamo falliti, allarmati, e facciamo di tutto per allontanare il “deprecabile” senso di tristezza o di depressione che, saggiamente, ci coglie. Ed ecco la corsa a rimpinguare i bilanci delle case farmaceutiche o delle case produttrici dei cosiddetti “farmaci del benessere” per tenere lontane la tristezza, l’insonnia, l’ansia e la depressione. Non ci riferiamo qui agli stati depressivi patologici, nei quali l’io si identifica ormai completamente con le macerie della propria interiorità, poiché in questi casi, in cui si tende tragicamente all’annullamento del proprio io corporeo, è certamente importante un supporto farmacologico.
Ci riferiamo invece a quegli stati solitamente transitori – ma di durata adeguata all’intensità del problema – che andrebbero vissuti pienamente e accompagnati nel loro significato auto-terapeutico. Non è utile in questo caso stordire la tristezza o finanche la disperazione con un farmaco, con l’alcol o con sostanze che ci alterino lo stato di coscienza.
Per quanto accompagnarci nel dolore sia un compito estremamente difficile, essere consapevoli della sua importanza può darci il coraggio di provare a farlo ricercando magari, quando necessario, un sostegno di tipo psicologico per aiutarci a elaborare il vissuto e rivitalizzare le nostre risorse.
Dobbiamo prendere per mano il nostro animo depresso o la nostra profonda tristezza per accompagnarli con partecipazione nel processo di guarigione, perché hanno una loro fondamentale ragione d’esistere. Passo dopo passo, mano nella mano, si arriva alla fine del percorso buio. Si avverte allora di essere diventati degli individui migliori, più saggi e saldi in se stessi. È in questo modo che possiamo garantirci un superamento pieno, profondo e reale del problema, e trovarci in un nuovo piano sul quale fondare i nostri passi successivi. Il superamento avviene, sempre, se abbiamo permesso alle nostre emozioni di stare in contatto con la nostra coscienza e se le abbiamo ascoltate e accompagnate fino in fondo.
Voltandoci indietro, ad esempio dopo l’elaborazione di un lutto, possiamo scoprire che quanto ci è accaduto suscita nuovi sentimenti di tenerezza e compassione. Il nostro cuore ha compiuto allora un passo evolutivo.
Se non vogliamo stare “male” è anche perché ci hanno insegnato che il male proviene dal demonio, ed è “peccato”. Quando stiamo male ci sentiamo in colpa, profondamente sbagliati, addirittura “poco spirituali”, ma niente è invece più sbagliato di questo. Il male deriva sempre dal dolore, ed è proprio di questo dolore che dobbiamo occuparci, ascoltandolo fino in fondo: è dal dolore inascoltato e che non ha trovato un luogo di appoggio e di cura che nascono i nostri demoni interiori. Ecco che il Diavolo del mondo può iniziare anche a farci compassione, quel “povero diavolo” che rappresenta le scissioni e le grida inascoltate della nostra umanità…

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