Il contagio della paura

Il contagio della paura

di Linda Parrinello

Una serie di informazioni preoccupanti, a volte tragiche e disumane, ci raggiungono ogni giorno attraverso i media e il Web. Qual è l’impatto emotivo che generano in noi? Che ne siamo consapevoli o meno, la violenza non ci lascia mai indifferenti, e l’aggancio con la paura è fra gli effetti più pericolosi.

Rientriamo in casa dal lavoro. Ci basta premere un piccolo, innocuo tasto tra tanti perché davanti ai nostri occhi si spalanchi il sipario su una strage di innocenti, che sia in Siria sotto le bombe di una guerra senza fine o in un campus negli Usa, dove possedere un’arma (e quindi poter uccidere un proprio simile, se se ne creano le opportunità) è considerato un diritto inalienabile di ogni cittadino. Intravediamo le immagini dei corpi sotto le macerie provocate dalle bombe o colpiti dai cecchini, o – in alternativa – la disperazione dei genitori che dovranno di lì a poco seppellire i loro figli. Scorgiamo il telefono, dall’app delle breaking news arriva la notizia di altri 2000 migranti sbarcati a Lampedusa, altre centinaia – pare, perché la conta della disperazione non è mai precisa – non ce l’hanno fatta: in rete qualcuno ha postato altre immagini confuse di corpi che galleggiano alla deriva nel buio della notte. Dal computer accediamo ai siti di notizie, e lungo le colonne di parole e foto che scorrono veloci sotto il mouse, leggiamo di un giovane padre disoccupato che si è impiccato dopo aver assassinato moglie e figli, di una ragazza violentata nella notte dal branco, di un anziano investito e rimasto a morire – da solo – sul ciglio di una strada; leggiamo di bambini abusati da orchi irreprensibili, dello spaccio che si consuma indisturbato nelle suburre cittadine, delle gomorre imbandite alle mense dei potenti.
Ammettetelo, vi è salita l’ansia a leggere queste righe. È più paura, vero? Ditele di accomodarsi: saremo presto da lei.
Nei social network, dietro l’anonimato di un nickname, la gente commenta ogni evento e opinione non lasciandosi sfuggire la possibilità di sfogare la propria rabbia verso il mondo, insultando altri che si celano dietro altrettanti nomi – falsi e non –, e generando conati di collera che entrerà in circolo. «Tanto, nessuno saprà mai chi sono», si dicono mentre indossando le vesti dell’Hitler che si nasconde in loro, sfiorano soddisfatti le lettere sulla tastiera. Altri piccoli e innocui bottoni che entrano in azione, altrettanti micidiali detonatori… Ormai la vecchia televisione è un media rudimentale, con l’avvento del world wide web e della tecnologia mobile che ci consentono di vedere riprodotte su qualsiasi device le scene di quanto sta accadendo in tempo reale a Sydney o a Pechino, non abbiamo neanche più bisogno di tornare a casa, le immagini e le grida della violenza che esplode nel mondo, ci inseguono. Si propagano ovunque. Senza scampo. E sono immagini e grida che rimarranno inscritte nella memoria digitale del pianeta anche nei secoli a venire. Pensateci bene: nella storia dell’umanità non è mai esistita una tale rete di connessioni da uno verso molti, che a loro volta possono essere condivise quasi all’infinito. Così facendo, la rabbia di chi è in possesso del più rudimentale smartphone può essere trasmessa a chiunque, arrivare a tutti quando meno ce l’aspettiamo e siamo, perciò, più vulnerabili. Ecco perché c’è chi esagerando (o forse no) si spinge addirittura a ipotizzare che una tale mole di esposizioni volontarie e involontarie potrebbe arrivare a produrre una mutazione quantico-genetica nella nostra specie, quasi fossimo ormai giunti a un punto di non ritorno. E mentre la violenza accresce il suo pubblico, i tecnici provano a darne una lettura, come possono. Da tempo la violenza è stata eletta addirittura a genere di intrattenimento, con vicende di truculenta cronaca nera scodellate all’ora del tè, i cui protagonisti – al pari di novelli gladiatori – diventano personaggi dei rotocalchi, tanto per fare due chiacchiere tra sconosciuti su chi ammazzato chi, come e perché.
Non a caso i sociologi insistono oggi sul concetto di “edicola della paura” piuttosto che di “fabbrica della paura”. Riconoscono che la narrazione della violenza da parte dei media raccoglie un pubblico sempre più vasto perché andrebbe incontro a un’aspettativa sociale; come dire che – al netto della morbosità dei professionisti dell’informazione – ciascuno di noi si sente in un certo senso confortato nel sentire raccontare le disgrazie altrui, quasi a cercare rassicurazione di quanto si stia invece bene nel proprio bozzolo esistenziale e familiare. Il risultato beffardo è che, malgrado tutte le statistiche nei Paesi occidentali riportino come quelle attuali siano le società più sicure esistite nella storia umana, mai come ai giorni nostri si registra un livello di paura così elevato: «la paura e il rischio si pongono ormai come una ideologia del nostro tempo», «la modernità non è in pace con se stessa e dunque la paura è la sua visione del mondo», «c’è sempre stata la paura, ma oggi ne siamo pieni. E quando non ce l’abbiamo, ce la inducono», scrive il sociologo Mario Morcellini. Insomma, abbiamo bisogno della nostra razione di paura quotidiana per sentirci cittadini del nostro tempo.
Guardate adesso la vostra paura, come ha reagito alle ultime parole? Si agita o è tranquilla? Un po’ di pazienza, manca poco.
A sentire psicologi e psichiatri, l’esposizione alle notizie di guerre, catastrofi e morti violente spinge il nostro cervello ad avere reazioni diverse, ora inducendolo all’indifferenza, come difesa per non compromettere il nostro equilibrio interiore, oppure – all’opposto – a identificarsi con la negatività fino a farci prendere da ansia, depressione piuttosto che da attacchi di panico. Comunque sia, dopo qualche giorno, siamo destinati a rimuovere il dolore provato, proprio perché il più delle volte non è autentico e consapevole, ma indotto artificiosamente. Detto ciò, non per questo si tratta di un dolore meno doloroso. Tutt’altro. Perché è come se fosse attivato da una droga. Appunto: la violenza e quindi la paura dell’altro e di ciò che ci circonda costituiscono la più diffusa droga sintetica del Terzo Millennio, i cui effetti scattano anche in assenza di una minaccia reale, scatenando reazioni di difesa e rabbia ogni volta che sentiamo una notizia che richiama in noi, seppur alla lontana, quella paura. Siamo come degli alcolisti, che dopo anni e anni di bevute, alla fine si ubriacano solo a sentire l’odore dell’alcol. E il bello (si fa per dire) è che non ce ne accorgiamo, siamo dei filofobici o fobicodipendenti, nostro malgrado.
Ebbene, ora rivolgetevi alla vostra amica che vi siede accanto, e invitatela, per favore, a mettersi in ascolto…

Continua a leggere tutti i nostri articoli abbonandoti gratuitamente alla Rivista:

Abbonati gratis

Lasciate i vostri commenti