Il processo

Il processo: le pari opportunità

di Paola De Vera D'Aragona

Da millenni assistiamo a un pregiudizio che conduce a delegittimare il pensiero, le parole e le capacità di almeno metà della popolazione mondiale. Paura e ignoranza, nonché codici culturali persistenti, trasmessi in modo intergenerazionale, perpetuano violenza e oscurità nelle relazioni fra uomini e donne.

C’è un’aula di tribunale in cui si celebra un processo segretissimo (chissà perché tutti sanno di cosa si tratti, però) e, quindi, a porte chiuse. Sembra un sinedrio.
Ma noi, che siamo come l’aria impalpabile che si infiltra ovunque… siamo dentro.
L’imputata è una donna, ci sono un giudice e una giuria, chissà perché – ma lo scopriremo – composta di soli uomini.
In che epoca siamo? Oggi e ieri. Tutto appare surreale.
Qual è il capo d’imputazione che si muove a questa donna? Nessuno lo sa ma si dice in giro che sia meglio ignorare la cosa. Fuori dal tribunale si affollano giornalisti, tv, social media e un amanuense seduto in un angolo con tanto di penna d’oca e di papiro. La sua presenza ci rammenta l’esistenza del tempo. Pare che anche loro, pur misteriosamente convocati, siano all’oscuro di tutto.
Siamo sicuri che tutto ciò sia reale? “Ignorare” pare essere la parola d’ordine non detta. Si respira un’atmosfera pesante.
Lei è lì, in piedi. La vediamo bene: ha una lunga veste rossa di foggia antica (ah, Duccio…), una pettinatura moderna ed è perfettamente truccata. Un iphone bianco è lì accanto a lei. La giuria la fissa e c’è un’aria pesante, di cose già dette e decise. I testimoni, adesso li si vede bene, sono tutti uomini abbigliati come in tempi remoti e meno: vesti lunghe e cappe, ma ce ne sono anche in jeans e maglietta, doppiopetti impeccabili e trench all’inglese. Tutti puntano il dito verso di lei e si fanno a tratti minacciosi.
Non sentiamo le parole: blaterano, urlano: c’erano più calma e silenzio al processo di Norimberga dove gli imputati erano gerarchi nazisti. In aula i giurati sono distratti e i convenuti parlano tra loro ignorandola. Poi si alzano e all’unisono urlano frasi sconnesse, ma il cui senso non è dissimile da quanto fu detto un tempo lontano, in altro contesto.
«Possibile che il Maestro si sia intrattenuto così, con una donna, su dei segreti che noi stessi ignoriamo? Dobbiamo forse cambiare le nostre abitudini; ascoltare tutti questa donna? L’ha veramente scelta e preferita a noi?».
Maria di Magdala, questo è forse il suo nome. Poi, tutto tace e lei parla: lei sì che la sentiamo. Ma prima: «Allora Maria pianse». Ha una voce dolce come il miele ma dice parole amare. «E disse a Pietro: Pietro, fratello mio, cos’hai nella testa? Credi che da sola, con la mia immaginazione, io abbia inventato questa visione, o che a proposito del nostro Maestro io menta?».
Piange: a sorpresa, o forse non tanto. Solo noi, pulviscoli d’aria, ci emozioniamo. Lei “che sapeva il Tutto”… fu iniziata ai Misteri da Cristo stesso. Noi che alcune cose le sappiamo, perché le abbiamo vissute svolazzando nel tempo, facciamo subito un parallelo… con Magdala e Gesù di Nazareth. Lei viene da una terra di nome Magdala, che significa “rocca” o “fortezza” (nomen omen), sembra non appartenere a famiglia alcuna: non è madre, né sposa, né vedova, né figlia. Lui, da una terra che in ebraico – Netzer – significa germoglio, in relazione con la profezia che il Messia sarebbe stato il germoglio di Davide. Già questo fa girare le nostre minuscole rotelle cerebrali. Ci viene una folgorazione: e se ignorare questa donna fosse un mezzo per domarla?
Lei rappresenta tutte le donne del mondo dai tempi andati a oggi, ma ha qualcosa di diverso da dire, qualcosa che altre non sono riuscite, o non hanno potuto.
Il primo dei suoi giudici fu Gregorio Magno: la cancellò dalla memoria ecclesiale, perché come poteva mai essere che una “lei” fosse “l’apostola degli apostoli” ed avere la vocazione di annunciante? E come dimenticare Giovanna d’Arco che, malgrado i meriti “maschili” guadagnati sui campi di battaglia, non poté essere perdonata “in quanto donna” macchiatasi della colpa di confondere generi e gerarchie! Anche per lei, il processo cui venne sottoposta fu tutto politico e mediatico (per il tempo!) e la condanna non poté essere che il rogo.
Nel mondo profano, la grande “invidia” maschile è forse che tutte le “lei” del mondo abbiano in mano le redini della prole, le redini del cuore. Nel mondo esoterico, la Gnosi (un antico filone spirituale), ipotizza che tra le mani del femminile si possano tenere le redini della conoscenza. In che senso possiamo intendere questo?
Jung è già venuto a spiegarci che in ogni uomo esiste una parte femminile e a parlarci dell’importanza di questa Anima in ogni “lui”. Persino un papa ha affermato che “Dio è Madre” scatenando grande clamore e facendo taluni gridare allo scandalo: ci sono le madri terrene e c’è Dio Madre. Eppure, lo aveva dichiarato persino Isaia, vissuto nell’VIII secolo a.C.
A noi poveri pulviscoli strapazzati da un’epoca all’altra, gira un po’ la testa. Certo, a guardare quello che accade, sembra proprio che mai siano esistiti né Isaia, né Jung. E nemmeno che esista un Dialogo del Salvatore in cui si dice che Maria di Magdala sia «la persona che rivela la grandezza del Rivelatore», e neanche Il vangelo di Pietro in cui ella è «la discepola del Signore», né il Vangelo di Filippo dove è «colei che era sempre con il Signore». Neppure pare che esistano gli Atti di Filippo in cui è «la prescelta fra le donne», né la Pistis Sophia in cui lei è «l’erede della Luce»…
«Poi, uno tra pochi, Levi, prende la parola: Pietro, tu sei sempre stato un irruente; ti vedo ora scagliarti contro la donna, come fanno i nostri avversari. Eppure, se il Maestro l’ha resa degna, chi sei tu per respingerla? Certamente il Maestro la conosceva molto bene… Egli l’ha amata più di noi».
Pubblico, giurati e giudice ignorano tali parole tanto sono affaccendati a occuparsi di tutto e di niente. Atmosfera surreale. Capiscono? No, ignorano volutamente. A noi vengono le lacrime agli occhi, ma sono solo gocce che si trasformano in stille di sudore sulle fronti dei presenti che sono così accalorati. Ma anche Pietro a un certo momento si arrende: «Pietro disse a Maria: “Sorella, sappiamo che il Maestro ti ha amata diversamente dalle altre donne. Dì a noi le parole che Egli ti ha detto di cui ti ricordi e di cui non abbiamo conoscenza…”. Maria disse loro: “Ciò che a voi non è stato dato di udire, io ve lo annuncerò: ho avuto una visione del Maestro, e gli ho detto: “Signore, io ti vedo oggi in questa apparizione”. Egli rispose: “Te beata, che non ti turbi della mia vista”».
Qui no, invece. Ci ricordiamo come in tante piangano fuori da quest’aula, dove però sono riuniti uomini che decidono le sorti di una donna per tutte le donne. Ci ricordiamo anche che non tutti gli uomini sono così, ma la loro voce non è udibile oggi, qui. Lei piange silenziosa, vittima designata del maschilismo più bieco e truce. Qui si respira dogmatismo: la sopraffazione del cuore. L’uomo è pieno di rabbia e di rancore verso la donna: in questo processo noi vediamo tutto il veleno di un rancore millenario che ‘parla’ e corrode gli astanti… Linguaggio sprezzante, svilimento delle competenze…

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