Il Regno dei Cieli è dentro di noi

Il Regno dei Cieli è dentro di noi

di Luciana Moggio

Al di là degli avvenimenti esterni, dei successi o dei fallimenti mondani, è possibile creare dentro di noi uno stato dell’essere capace di trasmetterci gioia. Comprendere il perché del nostro malessere è un passo importante per iniziare a costruire un luogo di pace al centro del nostro cuore.

Stefania sta uscendo per andare a una bella festa di Capodanno dove si ballerà e ci saranno tanti amici. Mentre chiude la porta di casa e controlla di avere tutto con sé, portafoglio, telefono e bottiglia di spumante, sente un malessere improvviso.
Le gira la testa, ha qualche brivido, allora rientra in casa, si toglie il giaccone e prende subito il termometro per misurare la febbre: trentotto. Strano, nel pomeriggio stava bene, aveva avuto visite, e fino a poco fa le sembrava di essere pronta per andare a festeggiare. Invia un messaggio per avvisare gli amici, prende un antipiretico e si mette a letto.
Peccato accidenti! Si stava prospettando una notte da leoni. Non fa in tempo a pensarci su troppo perché cade in un sonno profondo fino al mattino.
Quando si sveglia, la febbre è passata, ma in compenso è arrivata la neve. Una luce chiara e ovattata filtra tra le tende della sua stanza. Si alza riposata dopo tante ore di sonno e va subito alla finestra, la apre e si affaccia su un silenzio assoluto, come se precipitasse in un vuoto immacolato. Anzi, lei è quella neve, quel silenzio, quel vuoto, e mai si era sentita così piena.
In quel momento le si spalanca il petto e trabocca la commozione più intensa che abbia mai provato: la festa più bella, che fa impallidire tutte quelle finora vissute. La festa del cuore, che fa ballare ogni sua cellula. Non sa perché, sa solo che in questo momento è così, e in tale stato di grazia pensa con gratitudine alla rinuncia della sera prima: se fosse uscita, ora non potrebbe vivere questa esperienza straordinaria. Non durerà a lungo, ma resterà incancellabile nella sua memoria.
Il versetto 97 del Vangelo di Tommaso riporta le seguenti parole: «Gesù disse: il Regno del Padre è simile a una donna che portava un orcio pieno di farina. Mentre camminava per una strada lontana, il manico dell’orcio si ruppe e la farina si sparse dietro di lei lungo la via. La donna, ignara, non si accorse di nulla. Giunta a casa posò l’orcio e lo trovò vuoto».
Marco è in coda alla cassa del supermercato e osserva con fastidio la signora che, un paio di persone davanti a lui, sta per pagare: altezzosa, smaccatamente rifatta, vistosamente ricercata, scontrosa con la cassiera che incrocia fugacemente lo sguardo degli altri clienti lanciando occhiate eloquenti e sospirose, subito ricambiate. Come dire: vero che ci fa sentire inferiori? Insomma, la signora sta antipatica a tutti e mentre fruga nel portafoglio succede qualcosa: Marco, continuando a guardarla con un’attenzione che ora diventa curiosità, di colpo la vede come una bambina che scandaglia il suo piccolo tesoro, di cui si dovrà disfare, e davanti a questa immagine prova una profonda tenerezza. Accade come per caso, senza volerlo. Ogni giudizio sparisce e gli sembra di essere come lei, poi si guarda intorno e lo stesso accade con ognuno dei presenti, come se ora lì ci fosse soltanto un’unica piccola, grande, commovente umanità. Sente gli occhi bruciare un po’ agli angoli e inumidirsi di gocce distillate direttamente dal cuore che sta esondando di gioia.
Il versetto 98 del Vangelo di Tommaso riporta le seguenti parole: «Gesù disse: il Regno del Padre è simile a un uomo che voleva uccidere un potente. Quand’era ancora a casa propria, estrasse la spada e la conficcò nel muro per saggiare la mano. Poi uccise l’uomo potente».
Il Regno dei Cieli è uno stato dell’essere, un movimento della coscienza elevato, sottile e leggero. Un regno interiore retto da una monarchia paterna ma anche materna, amorevole e pacifica. Diverso dal governo ordinario, usurpatore, avido e guerrafondaio, perché perennemente minacciato, che spesso prende il potere in noi.
Nel Regno del Padre non c’è lotta, non c’è mancanza né dolore, ma c’è calma, pienezza: c’è gioia.
Proviamo allora a sostituire il regale cielo evangelico con la parola “gioia” e vediamo come nelle esperienze di Stefania e di Marco sia possibile, in questo senso, trovare corrispondenza con qualche aspetto di ognuno dei due versetti in cui il Maestro descrive questo stato interiore.
«Gesù disse: la Gioia è simile a una donna che portava un orcio pieno di farina. Mentre camminava per una strada lontana, il manico dell’orcio si ruppe e la farina si sparse dietro di lei lungo la via. La donna, ignara, non si accorse di nulla. Giunta a casa posò l’orcio e lo trovò vuoto».
Stefania prova una gioia intensa dopo aver perso un’occasione di divertimento e, perché no, di felicità. Perde la farina, ma trova la neve che, se vogliamo, è molto simile alla farina. Non se lo aspetta, non si accorge, ma le basta stare da sola, nel silenzio, davanti all’orcio vuoto per trovarci una pienezza che solo lei si può dare, davanti a un mare di farina piovuta dal Cielo, di cui lei stessa si sente un granello. E prova una gioia infinita. È nel suo Regno del Padre.
E ancora: «Gesù disse: la Gioia è simile a un uomo che voleva uccidere un potente. Quand’era ancora a casa propria, estrasse la spada e la conficcò nel muro per saggiare la mano. Poi uccise l’uomo potente».
Marco, mentre critica e condanna con la complicità di altri, è guidato da un giudice potente che gli impedisce di gioire, infatti prova fastidio. Come poterlo, dice il versetto, ammazzare o, intendendo meglio, neutralizzare?
Osservando l’oggetto della sua disapprovazione con calma e attenzione, Marco impugna la sua arma, prende in mano la sua attenzione. E saggia la mano, prova il suo Fare dentro di sé, in casa. A questo punto l’uomo potente, il giudice spietato, si è già fatto fuori da solo, si è fatto da parte per lasciare il posto alla tenerezza commovente che diventa gioia di sentirsi in sintonia col Re del proprio regno interiore. Anzi, di esserne il re.
Prendendo ad esempio il caso di Marco, potremmo dedurre che dove c’è gioia non c’è spazio per il giudizio. Viceversa, dove c’è giudizio non ci può essere quella gioia che è fusione, unità, armonia e amore creativo.
Sembra un’equazione matematica, un’affermazione categorica che si potrebbe contestare dicendo che nel giudicare non c’è niente di male, anzi spesso si giudica a proposito, secondo un legittimo e sano spirito critico. Giusto, soprattutto se esso viene espresso con finalità creative, di miglioramento e da una posizione imparziale ed empatica, che possa anche avere effetti motivanti per il destinatario. E perché no, gioiosi. Ma questo accade molto raramente.
Invece, la maggior parte delle volte, il nostro giudizio ha intenzioni e conseguenze distruttive, toglie valore e demolisce chi e cosa viene giudicato. Infatti, è importante tenere conto del fatto che dietro la luce della ragione e del buon senso si può celare l’ombra della disapprovazione. Una critica che spesso si traduce in condanna, che di solito proviene da parti di noi ferite e dalla paura di cose che non conosciamo o che sembrano derubarci del nostro valore. Come la proiezione su uno schermo esterno di aspetti di noi che non ci piacciono.
Per esempio, quando si giudica, in maniera del tutto inconsapevole, per invidia, per avidità, per sentirsi migliori, in altre parole per difendersi da qualcosa fuori che risuona dentro, com’è possibile gioire? In questo stato si può solo soffrire. Perché nella separazione si soffre, quella in se stessi e quella tra noi e gli altri.
Ciò non significa che impedirsi di giudicare voglia dire smettere automaticamente di soffrire e venire subito invasi dalla gioia. Non potrebbe accadere, dato che inibirsi sarebbe come condannare se stessi, perché ci si sta giudicando e auto-punendo con la repressione, rimanendo in un conflitto interno. Piuttosto, qualcosa si può fare semplicemente osservando e riconoscendo le radici profonde del nostro giudizio in quel dato momento, riuscendo così a formularlo in maniera cosciente e non meccanica. Allora, può succedere che la conseguenza sia diversa e il capestro evitabile. In tal modo potrebbe subentrare una più serena accettazione da parte degli altri e anche una ritrovata serenità in noi stessi.
Gioia e felicità sono la stessa cosa?
Può risultare utile fare una distinzione tra i due termini considerando la gioia un sentimento altamente…

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