Il senso dell'umiltà

Il senso dell’umiltà

di Luciana Moggio

Riscopriamo il significato di un termine che, nel tempo, è stato modellato dalla cultura dominante, perdendo il suo valore e la sua dignità originarie. Il senso distorto ci allontana dalla possibilità di sperimentare uno stato dell’essere che risulta indispensabile all’evoluzione spirituale.

L’umiltà è generalmente intesa come un atto di sottomissione, o di rinuncia all’ambizione, che si è soliti pensare derivi da una scelta o da un’incapacità di prevalere. Vorremmo sfatare questa ordinaria credenza per dare dignità a qualcosa che richiede una grande maturità ed è il risultato di un lento e costante processo di evoluzione interiore.
In una cultura come la nostra, improntata al successo, al profitto, a un’immagine vincente e talvolta aggressivamente boriosa, essere umili pare quasi un affronto, un masochistico invito all’auto-svalutazione e alla sconfitta. L’aggettivo “umile” generalmente denota qualcosa di dimesso, trascurato e misero. Uno sguardo moralistico lo associa, per un malinteso senso di peccato e di colpa, a un atto di contrizione, a un dovere di sacrificio che rischia di cadere nell’ipocrisia.
Quando poi si declina come verbo transitivo, diventa un abuso: umiliare qualcuno, mortificarlo con il fine di dominare e distruggere, è davvero un’azione che nessuno ha il diritto di compiere.
“Chiedo umilmente scusa…” è spesso una frase retorica utile a tagliar corto, o magari usata ironicamente per far sentire arrogante l’interlocutore. “Di umili origini” vale a dire non nobile, modesto e quindi non ricco, proveniente da un ambiente culturalmente sottosviluppato.
“L’umile lavoro dei campi” come se il lavorare la terra fosse relegato in fondo alla scala degli obiettivi di un’accettabile dignità professionale.
Notiamo che è proprio nella terra, in latino humus, che si annida l’origine della parola “umiltà” e da tale spunto etimologico proviamo a ribaltare gli stereotipi ordinari che costellano i nostri codici interpretativi. Lo scopo è quello di nobilitarne il significato dal punto di vista coscienziale, e per farlo cercheremo di affidarci al pensiero analogico. Proviamo a pensare a uno stato psichico che abbia a che fare con la terra. Una “territà”: farsi terra, entrare profondamente in contatto con questa madre di cui siamo frutti che nascono, maturano e infine tornano a sciogliersi in essa.
Del resto, l’etimo humus condivide la medesima radice sanscrita bhu, poi diventata hu, con homo che in latino significa uomo. Questo legame tra uomo e terra evoca la vita, ma anche la morte, il cui ricordo può spaventare, tuttavia aiuta a relativizzare e a dilatare il senso dell’esistenza. D’altra parte, possiamo constatare che pure durante la vita ogni cosa ha un termine e il confronto con tanti piccoli lutti è spesso difficile da accettare. Imparare a superare queste piccole morti fa parte di un processo di trasformazione e di crescita che ognuno di noi è chiamato ad affrontare. Con umiltà.
Proviamo ora a immaginare l’uomo come terra dell’anima, una terra che ha anche il suo cielo, quello dello spirito, dove il sole splende sempre, malgrado i nuvoloni di dolore che piovono lacrime. Un territorio della psiche complesso, accidentato, ma anche dinamico e fertile, se coltivato con cura e osservando i cicli naturali necessari al cambiamento attraverso il quale la vita si produce.
Come non pensare a quel “morire a se stessi” tanto predicato da Gurdjieff e inteso come abbandono dei propri preconcetti, dei pregiudizi, delle aspettative, delle false immagini di sé? Homo humilis.
In uno stadio avanzato di diverse tradizioni iniziatiche c’è un passaggio importante che prevede una morte rituale: la sepoltura dell’iniziato nella terra, o in una grotta, che può durare anche giorni. Naturalmente ciò avviene dopo un adeguato tirocinio e con l’accompagnamento di una guida. Lo scopo è quello di sperimentare una perdita e un ritrovamento, per conquistare un nuovo stato di consapevolezza. Il rito formale è profondamente simbolico: rientrare nella terra che ha generato e che nuovamente partorirà. Farsi umili, mortificarsi – alias farsi morti -, per rinascere trasformati.
Vediamo come in questo processo vi sia un’intenzione creativa e non distruttiva. Un atto di libertà dalla zavorra di tutto ciò che si crede di essere e di sapere, la ricerca di un luogo dove possa albergare la sincerità del vero che si è.
Ci vuole coraggio, non è uno scherzo, e un compagno inseparabile dell’umiltà è proprio il coraggio.
Quanto ce ne vuole per rinunciare ai propri presunti privilegi, per non dire l’ultima parola, per trattenere quanto si vorrebbe esibire. E quanto ancora per guardare le proprie debolezze, le ignoranze, le contraddizioni. Il coraggio di sottrarsi a vecchie leggi e l’umiltà per riceverne di nuove. Entrambi – coraggio e umiltà – sono prodighi, e quando si sposano possono concepire una figlia bellissima: la generosità. Quella più autentica che è senza condizioni e senza prospettive di contraccambio, né rinfacciamenti. È la capacità di mettere l’altro al centro, poiché si sta nel proprio centro, e questo è saper rendere un buon servizio.
Una ragazza coraggiosa e umile, possiamo anche dire una mistica, morta ad Auschwiz durante il nazismo, si chiamava Etty Hillesum e nel suo Diario si auto-definisce “la ragazza che non poteva inginocchiarsi”. Racconta di come poi impara a farlo e, grazie alle qualità suggerite finora, si sottomette a qualcosa di molto più grande e bello in confronto a tutto l’orrore che la circonda. La sua umiltà è in realtà un grande potere, lo stesso che le permette di non odiare i suoi aguzzini e di aiutare i suoi sfortunati compagni.
Inginocchiarsi è andare verso la terra, avvicinarsi a essa e stare in ascolto con molta attenzione. Perché la nostra terra frana quando viene travolta dall’acqua delle emozioni, e trema quando viene scossa dal fuoco delle passioni, ma è anche bellissima, ricca e baciata dal sole.
Stare dentro, ben piantati nella propria territudine animale per potersi meglio aprire al proprio cielo spirituale, creando un perfetto arcobaleno. Come figli prediletti che ascoltano la loro vera Voce in modo tale che poi fuori, nel mondo, si possano sentire forti senza prevaricare, ma anche teneri senza subire. Piegarsi dunque per rimpicciolire e accogliere grandezza, per svuotarsi e ricevere pienezza; per prendere energia e non per nascondersi o scappare. Questo in fondo è pregare: allo stesso tempo una richiesta di contatto e un dono di sé. Un dono generoso, umile e coraggioso.
Usiamo ora un sinonimo: la modestia. Deriva dal latino modus che significa misura, limite, moderazione e per analogia ecco apparire l’immagine del quattordicesimo Arcano nei Tarocchi: la Temperanza. C’è un angelo che travasa dell’acqua da un recipiente, posto più in alto e retto dalla mano sinistra, a un altro posto più in basso e retto dalla mano destra. L’angelo ha un vestito metà rosso e metà blu. La sensazione immediata è di equilibrio. Un travaso, una comunicazione tra opposti: alto e basso, emisfero destro e sinistro, ombra e luce, attività e passività. Ma anche un superamento, perché l’angelo ha le ali e può volare. Infatti, abbiamo già parlato di vita e morte trascese da nuova vita; di anima e spirito interconnessi dalla preghiera; di terra e cielo tra i quali l’uomo realizzato è ponte. L’acqua di vita può scorrere da una brocca all’altra, da un estremo all’altro, in un flusso simultaneo retto dall’umiltà del farsi insieme. L’umile non è passivo, ma attivo nell’inchinarsi di fronte a un Sé più grande. L’umile accetta la propria miseria per affermare la propria nobiltà. L’umile non è debole, ma forte della sua debolezza…

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