Messaggi inconscio

L’atteggiamento della coscienza

Rubrica di Giulia Valerio

“Gent.ma Dott.ssa Valerio,
leggo in alcuni testi della dimensione caotica dell’inconscio, delle forze contrastanti che lo abitano, del fatto che è separato dalla nostra consapevolezza e quindi i suoi interventi sono slegati dalla nostra coscienza e comprensione. D’altra parte, si parla anche dell’inconscio come luogo da cui ci arrivano consigli, saggezza, e indicazioni evolutive per il nostro essere. Come coniugare queste due visioni?”.

Grazie per questa domanda che coglie con precisione le contraddizioni insite nell’inconscio, in cui convivono in modo paradossale elementi antitetici, i quali possono incontrarsi o scontrarsi, decantare o sublimarsi, provocare esplosioni o unire inaspettatamente gli opposti, creando una fluidità inattesa. Acqua e fuoco, cielo e terra si rovesciano uno nell’altra: gli elementi possono essere presenti come caos originario oppure distinguersi e coagularsi, come ben sapevano gli alchimisti, nostri pionieri. Perché l’inconscio segue leggi naturali, e può essere crudele e spaventoso, come gli orchi, i demoni, i draghi e le streghe raccontano, oppure alleato, ispiratore e saggio come gli animali soccorritori o le fate dei boschi, come i geni delle lampade.
È stata una vera rivoluzione scoprire che non era solo il luogo delle nostre rimozioni, delle dimenticanze e dei desideri inconfessabili, una sorta di locale dove ammassare quanto non riusciamo o desideriamo utilizzare. È invece dotato di intelligenza, di senso, di capacità generativa e rigenerante, di autonomia: sa offrire sempre prospettive inimmaginabili per la nostra coscienza. Ben sappiamo, d’altronde, che chi sa creare sa anche distruggere, e che chiare rivelazioni hanno come sfondo abissi di confusione.
In genere le modalità con cui l’inconscio si manifesta dipendono dall’atteggiamento della coscienza: una costante negoziazione con le immagini con cui si presenta, anche le più spaventose, crea un clima di collaborazione e di rispetto, di sacro timore di fronte alla sua dimensione sovraumana, accanto all’ascolto profondo delle sue voci. Ricordo un sogno terribile di qualche anno fa, in cui aprivo una porta finestra a un piano alto della mia casa di bambina, e vedevo un’onda nera più alta del condominio di fronte che stava per abbattersi su di me. Mi svegliai terrorizzata, chiedendomi cosa stesse annunciando, cosa sarebbe successo. Scelsi di riaddormentarmi subito, chiedendo risposte. Ora l’onda si era abbattuta, e io sedevo sul pavimento di dove ero prima, sconvolta, bagnata e dolorante; mi mettevo le mani nei capelli e vi trovavo tante monete di rame, preziosissime, e altre erano sparse accanto. Mi confortai, ben sapendo però che la vita mi avrebbe richiesto una prova spaventosa (cosa che non mancò di avverarsi puntualmente), ma tenevo ferma la fiducia di uscirne arricchita di valori forgiati nel metallo di Afrodite, la Cipride (cuprum è rame, in latino).
Noi facciamo fatica ad arrenderci a un andamento che non rispetti ciò che noi riteniamo giusto o migliore, ma anzi privilegia la sconfitta rispetto alla vittoria e preferisce partire sempre dalla pietra di scarto: il suo intento ultimo è forse quello di renderci interi, di portarci verso la totalità, riducendo l’Io e il suo corteo di proteste e esigenze a piccola misura.
Se si manifesta in modo tremendo, potremmo sempre chiederci se ci siamo irrigiditi, se abbiamo tenuto verso il nostro inconscio un atteggiamento di colonizzatori e di conquista: molti vogliono carpirne i segreti per arricchirsi personalmente e diventare potenti; sono queste le tecniche del ladrone, spiega un testo alchemico. Non parlo qui naturalmente di gravi disordini della psiche, in cui siamo di fronte a un mistero capace di travolgerci e annientarci. Ma anche nei frammenti di disordine si possono trovare lacerti di senso: nel fiume in cui un giovane sta per annegare il suo dolore d’amore, racconta Jung, improvvisamente vede scendere le stelle a coppie, come amanti che “passavano sognando, tenendosi abbracciati”. Ebbe salva la vita, ma la sua mente si smarrì in una immagine eterna, la stessa con cui Dante conclude la cantica del Paradiso: visione sublime “dell’insospettato mondo di stelle, che percorrono tranquillamente la loro via ben al di là di questa terra dolorante”.

Per quanto estesa, scrive Jung, la coscienza resta e rimane un cerchio minore dentro a quello infinitamente più grande costituito dall’inconscio, come una piccola isola circondata dal mare “e come il mare, anche l’inconscio genera una quantità infinita e sempre rinnovata di esseri viventi, con una ricchezza per noi inafferrabile”. Come la natura (perché è natura) l’inconscio sa ricostruire, da un piccolo pezzetto di stella marina frantumata, la stella intera, la compiutezza del nostro destino.

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