La complessità nei rapporti di coppia

La complessità nei rapporti di coppia

di Anna Di Giandomenico

È possibile creare una relazione di coppia duratura, che aggiunga valore alla nostra vita? Ogni individuo si presenta all’altro come un universo sconosciuto, composto da narrazioni personali e familiari, da codici di comportamento, ruoli e maschere sociali. Due microcosmi si toccano, nel tentativo di creare uno spazio di incontro nuovo.

L’amore. Cos’è l’amore? Una domanda difficile, più complessa la risposta. Frequenti i binomi su: amore/possesso; amore/gelosia. Anche amore e violenza, come nel caso di uomini o donne maltrattanti.
Perché l’amore nella vita di coppia, a volte, va a finire male? È possibile costruire una relazione d’amore vera?
L’amore, la relazione di coppia, sono davvero un grande mistero. L’uomo e la donna sono due universi straordinari, ma anche due universi feriti, portatori ognuno della propria storia e del proprio dolore. Due microcosmi abitati da molteplici parti; sistemi complessi e interconnessi costituiti da dimensioni multiformi (corporea, emozionale, mentale, spirituale), da una serie di ruoli e di maschere sociali.
Da dove nasce questa complessità? Da dove originano questi vari io, queste parti che ci abitano? È fondamentale la qualità del legame madre-bambino durante la vita fetale, quando si pongono le basi per la costruzione della persona. La vita non ha inizio al momento della nascita, ma è un continuum che si origina al momento del concepimento. L’emozione e il senso del Sé non si creano ex-novo durante il primo anno di vita, ma significativamente prima, già nel grembo materno.
Dopo che il feto ha vissuto in uno stato di unità e di fusione durante la gestazione, collocato al centro dell’universo (il corpo della madre), giunge all’esperienza di separazione per eccellenza: la nascita. Tanto si è scritto sull’argomento: Otto Rank (un allievo di Freud), fin dagli anni Venti ha parlato della nascita come del trauma psicologico fondamentale, tale da condizionare tutta la vita di un individuo (cfr. Il trauma della nascita e il suo significato psicoanalitico, 1924).
La nascita, da un certo punto di vista, è una morte: rappresenta la fine di uno stato meraviglioso in cui il feto si sviluppava senza sforzo, in simbiosi con la madre. Con il parto avviene la separazione dall’origine, dalla fonte. Con questa separazione il bambino viene catapultato fuori nel mondo esterno, dove deve affrontare il primo grande sforzo: respirare da solo. Viene reciso il cordone che lo tiene legato al tutto e nella parte centrale del nostro corpo portiamo traccia di quella ferita, di quella separazione, segno distintivo del fatto che noi proveniamo tutti da un unico stato di unità (G. M. Quinti).
Al trauma della separazione che l’essere umano sperimenta alla nascita su più piani (fisico-emotivo-spirituale), e alla ferita fondamentale, si sommano le ulteriori ferite legate alle relazioni che si stabiliscono nella triade familiare.
Svariati autori (Firman J. e Gila A.) sono concordi nel riconoscere che esiste in noi una ferita primaria che non è solo conseguenza di un comportamento esteriore da parte dei genitori – di incuria, violenza e abuso – ma molto spesso è il risultato di un clima relazione disfunzionale, di un rispecchiamento carente che va a produrre immagini distorte. Lo spirito ferito dell’adulto genera uno spirito ferito nel bambino.
La madre e le figure di accudimento svolgono una funzione fondamentale di rispecchiamento del Sé del bambino, un meccanismo psicologico basilare nel processo di costruzione dell’identità dell’individuo (Winnicott).
Questa prima compartecipazione emotiva costituisce la base per la condivisione di ogni altro stato mentale che si manifesta nella comunicazione del bambino con gli altri. Per questo i genitori e l’ambiente hanno un’enorme importanza relazionale: il figlio impara a essere se stesso attraverso di essi. Essendo rispecchiato, li imiterà.
Se da bambini non abbiamo avuto un rispecchiamento abbastanza adeguato, lo cerchiamo dopo, diventando anche dipendenti dagli altri. Allora, da adulti, possiamo domandarci: «A cosa mi serve questa relazione (di coppia)? In che modo mi rispecchia?». Essa fa da specchio, entra in risonanza con aspetti miei problematici, che io vedo entrando in relazione, ad esempio, con il partner che me li richiama.
Se l’essere umano è così complesso, come potrebbero non esserlo altrettanto le relazioni che instaura nella coppia? Questi due universi straordinari, ma al contempo frammentati e feriti, costruiscono le relazioni amorose in base al loro livello di essere, al grado di consapevolezza che hanno sviluppato nell’arco della loro vita, attraverso l’elaborazione o meno delle esperienze infantili che hanno segnato profondamente la loro capacità e modalità di stare in relazione. Nel rapporto d’amore, quindi, ognuno è portatore di una storia fatta di bisogni, desideri, paure e fantasmi.
Una persona sicura non ha paura di concedersi in un rapporto, di impegnarsi, di svelarsi. Sa dare e ricevere, non ha bisogno di mantenere il controllo su se stessa o sull’altro per far sì che l’altro non la ferisca, per cercare di evitare che la tradisca o la abbandoni. Si fida e si affida, soprattutto perché ha un buon livello di autostima e non teme l’abbandono, sa essere amorevole ma anche autonoma. Le persone “insicure”, in generale, non riescono a trovare il giusto equilibrio tra bisogno di autonomia e di contatto/amore. Le persone ferite negano il loro bisogno di amore, tendono a mantenere la distanza dagli altri per evitare un coinvolgimento emotivo (registrato come pericoloso), oppure sono alla continua ricerca di contatto, di conferme e tendono a controllare l’altro e a proiettare su lui/lei le aspettative di amore infantile infranto. Nei casi più gravi (persone con alle spalle gravi traumi relazionali irrisolti) si mettono in atto nella relazione di coppia meccanismi difensivi contraddittori e distruttivi, che vanno dall’ossessione e la possessività, verso la distruttività (sia verso l’altro che verso se stessi); si tratta di amori malati, pericolosi e distruttivi nei quali ci si identifica con la vittima o con il carnefice dei traumi subiti durante l’infanzia. Una cosa è certa però: nasciamo per amarci e il desiderio d’amore, chiaro o negato, unisce le persone nella costante ricerca della felicità…

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