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La tirannia del dolore e i suoi mille tesori

di Viola Cacace

Può la sofferenza essere uno strumento di cambiamento? Come possiamo stare accanto alle nostre emozioni più nere, senza rimanerne contagiati al punto da perdere la speranza? Forse è possibile mantenere in noi un luogo calmo dove riposare, mentre la tempesta ci travolge.

Mentre scrivevamo sul dolore, ci siamo resi conto di quanto parlarne possa creare disagio e indurci a sfuggire il problema. Ma riuscire a guardarlo più da vicino può risultare invece molto utile. Attenzione però, questo non è un elogio del dolore, anzi, non bisogna invocarlo o provocarlo, ma solo riconoscerlo per dargli la giusta collocazione nella nostra esistenza. Ci piacerebbe riuscire a spiegare le sensazioni che si possono provare nella sofferenza. Come poter esprimere la sensazione di soffocare? Come raccontare l’impossibilità a sopportare il dolore? Possiamo però, insieme, avvicinarci e stare con il dolore di chi ci sta accanto, anche attraverso alcune storie.
La storia di Sonia – Sonia è una donna allegra e sensibile, è stata lasciata dal suo compagno e mai avrebbe immaginato di stare così male; in alcuni momenti le sembra di non riuscire più a respirare: cammina, ma non sente la terra sotto ai piedi; va a lavorare, ma riesce a pensare solo al suo dolore. A volte prova come una lacerante fitta sul lato sinistro, proprio all’altezza del cuore. Non può più riposare, e ha perso ogni interesse per il cibo. La sua storia con Marco durava da più di cinque anni. Lei adesso non sente nient’altro che il suo dolore, e questa sensazione la riporta indietro nel tempo, quando a cinque anni suo padre andò via di casa per rifarsi una vita. Eccolo il dolore, e quando arriva lo senti. Esistono sofferenze nell’anima che ci colgono all’improvviso: quando provi un sentimento forte per una persona e questa se ne va, non hai scelta, puoi solo stare con quanto sta accadendo.
La storia di Luca – Luca, dopo aver litigato violentemente con la madre, prova un tremendo senso di colpa. Si accorge che al suo interno vivono due Luca, uno servizievole e devoto alla sua mamma, e un altro che invece sente un grande senso di rabbia verso di lei. Questo lo fa cadere in una sensazione di profondo dolore, e in una grave crisi. Si sente fragile, ma non riesce a chiedere aiuto, perché si vergogna di mostrarsi vulnerabile, convinto com’è che nessuno possa aiutarlo. In questo modo non riesce a trovare sollievo al suo stato e non può crearsi una vita propria, distinta da quella della madre.
La storia di Walter – Ci siamo incontrati una sera di sette anni fa, Walter era assorbito dai suoi pensieri, ma aveva quell’espressione di chi stava soffrendo molto, e cercava di nasconderlo, forse anche a se stesso… Dopo dieci minuti di conversazione, in cui abbiamo parlato del più e del meno, mi racconta di aver da poco salutato il suo miglior amico, mancato dopo una lunga malattia. Questo evento aveva generato in lui un cambiamento nel modo di percepire la realtà, la sua vita e i suoi progetti, perché la morte dell’amico aveva tolto importanza a tutti quei piccoli problemi che avvelenavano la sua esistenza. «Quanto siamo piccoli…», mi disse quella sera, «insieme a Valerio è morta una parte di me», confidandomi sottovoce che molte cose per lui adesso avevano perso senso.
Sonia, Luca e Walter hanno ciascuno una diversa modalità di percepire il dolore, così come il proprio modo di interpretare la vera natura degli eventi. Alcune persone, dopo un forte dolore, raggiungono nuove comprensioni che le fanno diventare migliori. Negli ultimi vent’anni, grazie soprattutto al fiorire della psicologia positiva, si è diffusa un’area di ricerca che indaga sugli aspetti positivi conseguenti a eventi traumatici (Tedeschi, Park e Calhoun, 1998). La ricerca condotta da Tedeschi e Calhoun prendeva in esame alcune tipologie di persone vittime di traumi, le loro reazioni e il loro stato psicologico in seguito agli eventi vissuti. I ricercatori hanno maturato delle nuove considerazioni relative a un’inaspettata tendenza di alcuni soggetti, che non solo avevano mostrato di reagire bene alle circostanze, ma avevano addirittura intrapreso un cambiamento positivo. I due autori, indagando la natura di questi processi, hanno sviluppato un modello teorico e coniato il termine “Crescita Post Traumatica” (Posttraumatic Growth – PTG), riferendosi con esso a un cambiamento psicologico positivo come risultato di una lotta contro circostanze di vita altamente dolorose. E così, dentro di noi, è come se l’evento traumatico fosse un terremoto che – sconvolgendo ogni cosa – ci costringe a ricostruire, e ricostruendo tutto non sarà più come prima: molte persone acquisiscono una maggiore saggezza nei confronti della vita. Ma non per tutti il dolore è un maestro, a volte è – semplicemente – dolore; altre volte è simile a una terrazza dalla quale possiamo scorgere un magnifico giardino fiorito. Attraverso l’ascolto delle storie di Sonia, Luca e Walter è evidente come possa capitare a tutti di perdersi nel dolore e venirne risucchiati. Ma cosa si può fare per evitare che ciò accada? Potremmo provare a osservare dentro di noi di non essere solo quel dolore, quel momento difficile, ma che siamo anche altro. Perché, oltre al dolore e ad altri stati emozionali, dentro di noi esiste un centro di coscienza che è libero: da stati d’animo, da sentimenti e sensazioni. Per sperimentare questo centro bisogna però prima osservare che in noi opera una molteplicità di parti ed emozioni. Iniziando a conoscerci nei nostri aspetti molteplici, potremmo non identificarci più con essi e con il tempo riappropriarci di grandi risorse energetiche e, soprattutto, costruire una stabilità interiore. Edificare questo nostro “centro” vorrà dire restare calmi nel pieno di una tempesta, avere un “posto sicuro” dove stare, ed è lì che si potranno fare delle esperienze evolutive. In questo, ad esempio, la pratica quotidiana della meditazione può essere di grande aiuto.
IL DOLORE NEL PROCESSO CREATIVO
Noi siamo nati per creare e sperimentare. Con la nostra energia quotidianamente generiamo pensieri, azioni, riflessioni, relazioni. Insomma la nostra vita è un continuo processo creativo, che sia esso consapevole o inconsapevole. E se anche il dolore servisse a creare? È possibile: lo si può accudire, maltrattare, esprimere sulla tela con pennelli e colori, lo si può impastare con l’argilla, cantare o comporre in versi. Il dolore può essere creativo, qualora non venga rinchiuso nella nostra buia e fredda cantina interiore: allora ci invade a nostra insaputa, e alimenta le nostre passioni e comportamenti in modo inconscio. Oh dolore, perché non ci siamo presi cura di te! Da te possono nascere opere bellissime che aiutano a guarire se stessi. Anche l’arte può in effetti essere utile per guarire dal dolore: la pittrice messicana Frida Kahlo, ad esempio, attraverso i suoi dipinti, è riuscita a trasformare la sua vita in una meravigliosa opera d’arte.
AMICO DOLORE
E se provassimo a chiedere aiuto al dolore, facendolo diventare un amico? Potremmo chiedergli: Quali sono stati gli eventi in cui ti sei manifestato nella mia vita? Come li ho affrontati? Come ne sono uscito? Può essere un gioco interessante. Prendiamoci un po’ di tempo per noi stessi e annotiamo le risposte su un foglio di carta o sul nostro diario. Se le osserviamo bene, scopriamo che in queste situazioni dolorose sono emerse delle risorse dal profondo di noi stessi, che non credevamo nemmeno di possedere, ma che invece ci hanno aiutato a uscire da situazioni molto difficili. A volte la routine non ci permette di contattare queste qualità, che emergono solo quando siamo fortemente sollecitati. Il coraggio, la pazienza, la forza, l’intraprendenza, l’accettazione… Sono qualità che forse sono venute fuori dalle tue esperienze? Oppure questi eventi hanno creato uno spessore sulla tela della tua vita, rendendola l’opera di un vero artista?…

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