L’ansia fondamentale

L’ansia fondamentale

Rubrica Lettere alla redazione

Gentile redazione,
vorrei avere qualche consiglio per gestire lo stato d’ansia che da sempre mi accompagna. Il fatto è che vorrei essere diverso, più tranquillo e sicuro di me ma, vedendo che le cose non cambiano, in me si genera un’ansia ancora più grande. Potete darmi qualche chiave di risoluzione?

Gentile Amico, le soluzioni rapide non esistono. Ogni persona è un mondo fatto di storie e vissuti del cuore molto diversi. Quello che possiamo fare è osservare insieme alcuni aspetti che tutti gli esseri umani sul nostro pianeta condividono, e che possiamo considerare alla base non solo dell’ansia, ma anche di molte fratture interne (comunemente definite nevrosi) che spesso ci fanno soffrire. Il fondamento è spesso un malessere non incontrato, un irrisolto che da tempo attende un intervento che costantemente rimandiamo. Esiste cioè un’ansia fondamentale, un dolore esistenziale, un vuoto lontano che riecheggia in noi e che condividiamo con tutto il resto dell’umanità: l’ombelico. Questo “difetto” sgraziato che ci caratterizza è lì per ricordarci qualcosa che tendiamo a dimenticare: non siamo stati creati dal nulla… prima di venire al mondo eravamo parte di qualcos’altro. Nostra madre era il nostro “contenitore” e lei stessa, molti anni prima, era stata contenuta da sua madre. Ciascuno di noi proviene dall’unione con qualcun altro o qualcos’altro e, di conseguenza, condivide un aspetto tragico della vita: la separazione. Perché “tragico”? Se da una parte la cultura individualista spinge l’essere umano allo sforzo e al successo personale, dall’altra egli è sovrastato da un profondo senso di solitudine, un timore di affrontare quella realtà che spesso si nasconde dietro forme di dipendenza da alcol, droghe, web, “social” o giochi virtuali. Possiamo aggiungere la dipendenza affettiva o sessuale, gli atteggiamenti autodistruttivi e l’incapacità di sentirsi profondamente soddisfatti di sé. Nell’ultimo secolo abbiamo dato importanza all’immagine, al successo economico e professionale, allo sviluppo di abilità che nulla hanno a che fare con il vero benessere dell’anima. Forse questo è proprio alla base, oggi, di una società atterrita dal pericolo del Covid, incapace di affrontare il silenzio delle strade vuote, la non soddisfazione di un desiderio immediato, l’assenza di un abbraccio. Cosa accade dentro di noi quando non abbiamo più la possibilità di sfuggire allo sguardo del dolore che ci abita? La frustrazione e l’ansia si impongono alla nostra vista, e ci sentiamo incapaci di affrontarle. La “ferita” della separazione (che signoreggia al centro della nostra pancia), dovrebbe aiutarci a ricordare che, se siamo dove siamo, se abbiamo la possibilità di passeggiare, di godere della pioggia o del sole, non è dovuto a noi, né alle nostre sofisticate capacità di organizzazione o di volontà. Siamo qui perché qualcosa di molto più grande di noi, qui ci ha condotti. Prima di essere partoriti eravamo uniti a nostra madre, eravamo parte integrante di una natura più grande e, in quella fase, non mettevamo certamente in dubbio le sue capacità di sostenerci e di condurci. Poi, veniamo separati. La nostra sensazione di essere “noi” ci fa sentire separati da tutto il resto; osserviamo il cielo, ma non sentiamo di farne parte. Osserviamo il sole, ma crediamo che ben poco abbia a che fare con noi. Crescendo perdiamo la percezione di essere parte di una natura innanzi alla quale il nostro universo è la punta di uno spillo. Non coltiviamo più la percezione di un’intelligenza naturale che si muove al di là delle nostre volontà e delle nostre discriminazioni. Per questo siamo impauriti, per questo siamo ansiosi. E allora, che fare? Forse, potremmo iniziare a sederci e ascoltare la voce di quel piccolo taglietto che c’è stato fatto tanti anni fa. L’esistenza ci ha trasportati fino a qui, e ci permette di fare esperienze gioiose e dolorose. La nostra presenza su questo pianeta è solo la tappa di un viaggio che non siamo noi a decidere quando, come e dove terminare. Consideriamo la morte come la fine di tutto, la nascita come l’inizio di ogni cosa e la nostra quotidianità come un’eternità. Le nostre percezioni sono limitate, ci ingannano, ma ammetterlo è molto difficile. Invece di rilassarci e fidarci di questo universo che ci ha condotti fin qui, ci chiudiamo e consideriamo le nostre elucubrazioni più vere della natura stessa. Innanzi alla vastità di questo universo, le nostre convinzioni sono come i canti di un uccellino che si perdono nel vento. Lasciarci andare, imparare a rilassarci, è un compito difficile. Il primo passo potrebbe essere quello di ricordarci ciò che eravamo capaci di fare quand’eravamo solo un feto. Lì, non c’era spazio per la preoccupazione. Lì, non c’erano dogmi, né scientifici, né religiosi. Lì, c’era solo il nostro vero Sé che stava rivestendo se stesso di un nuovo abito e di un nuovo nome.
Dopo aver letto queste righe, probabilmente lei vive la stessa quantità d’ansia che aveva prima. D’altra parte, arriverà, forse, un giorno in cui risuoneranno di un significato nuovo e diverso. Le nostre gioie passeggere vanno vissute, così come i nostri drammi. Questo è il gioco della vita, a volte costellato di incidenti, altre volte, di meravigliosi incontri. Arriverà un giorno in cui saremo pronti per tornare ad essere leggeri come lo eravamo quando siamo giunti qui. In quel momento, forse, anche il sole tornerà ad acquisire un significato che oggi ha smesso di avere. Buona vita, con tutto il cuore!

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