Manipolazione mentale

Manipolazione mentale: come liberarsene

di Luciana Moggio

Analizzando cause e meccanismi del controllo verso l’esterno, ma anche all’interno di noi, proviamo a individuare la possibilità di riconoscerla, e indicare un percorso di consapevolezza che ci conduca a crescere verso maggiore sicurezza e libertà personali.

L’essere umano ha la capacità di plasmare la materia con lo scopo di ottenere determinati vantaggi utili alla propria sopravvivenza e al proprio benessere. Lo fa anche per creare bellezza e armonia, lo fa per curare e alleviare, ma spesso molti atti creativi, se finalizzati a scopi puramente egoistici, possono avere ripercussioni distruttive per altri. Vediamo di analizzare quest’ultimo aspetto.
Fin dall’inizio del suo percorso evolutivo, l’uomo ha teso trappole nella caccia, ha deviato e incanalato corsi d’acqua; ha disboscato, dissodato la terra, potato e selezionato le piante. Ha sfruttato il territorio e i suoi abitanti. Ha domato e addestrato gli animali per servirsene come guardiani e mezzi di trasporto, influenzandoli con premi e punizioni. Li ha allevati e nutriti per usarli anche come produttori di cibo.
Continua a esercitare questo talento per soddisfare le proprie necessità, sa intervenire persino sugli atomi e sui cromosomi, incurante delle conseguenze per l’equilibrio del pianeta che lo ospita. Pare che la cosa più importante sia trarre profitto.
Così, anche nel campo della comunicazione e delle relazioni, ha imparato a utilizzare intelligenza e creatività per modificare qualsiasi cosa possa intralciare i suoi desideri o sollecitare le sue paure. Perché è di vitale importanza soddisfare i primi e allontanare le seconde.
Incertezza e precarietà sono generalmente aborrite, perché è difficile restare sereni senza un appoggio sicuro che garantisca alcuni parametri fondamentali: l’identità, il riconoscimento affettivo, le risorse materiali, il ruolo sociale e la realizzazione dei propri obiettivi. Da qui nasce il bisogno di controllo che spesso si traduce in esercizio di potere.
Una persona assume questa attitudine nei confronti dei suoi simili quando riesce a indirizzare le loro scelte, convincendoli di cosa è bene fare, affinché possano credere di trarne giovamento. Ovviamente la vera finalità è soltanto la propria convenienza, che si cerca di ottenere strumentalizzando l’ingenua ambizione degli altri.
Si sollecita la loro fragilità per mascherare la propria, promettendo salvezza e cercando di salvare se stessi.
Per esempio: un padre geloso della propria figlia non perde occasione per metterla in guardia sul comportamento predatorio dei maschi e un giorno, a tal proposito, le riferisce di aver visto quel ragazzo che a lei piace tanto, a spasso con la sua migliore amica. Le dice anche, per rincuorarla, di essersi fatto notare in modo che i due lo vedessero bene e così capissero che lei è ben tutelata e ne sarà informata. La ragazzina, grata al suo protettore, taglierà i ponti con entrambi gli amici, almeno per un po’. Il padre ora è rassicurato per aver tolto di mezzo un “rivale”. Ebbene sì, stiamo parlando di manipolazione.
L’individuo, per scappare dalla propria debolezza, sente di diventare forte quando riesce a rendere debole l’altro soggiogandolo, in modo più o meno raffinato, ai propri voleri. Per realizzare questo, fa leva sulla stessa debolezza di chi intende modellare a proprio piacimento, utilizzando svariate strategie che vanno dal complimento alla denigrazione, dalla promessa al terrorismo, dal ricatto alla rivendicazione.
Detto questo, ora è il momento di fare alcuni rapidi esempi tra gli innumerevoli casi che possono presentarsi in forme anche molto più sofisticate.
• Si può usare il complimento per ottenere un servizio, solleticando la vanità dell’altro: «Sei straordinariamente abile e creativo, sono certo che solo tu potresti riuscire meglio di chiunque altro». E qui di solito scatta un’attiva risposta per confermare quanto ciò sia vero.
• Oppure denigrandolo si può, per lo stesso scopo, suscitare la sua orgogliosa reazione tesa a dimostrare il contrario: «Ogni volta la stessa storia! Mai che ne combini una di giuste e voglio sperare che almeno questa volta non mi deluderai». Difficile resistere alla tentazione di esaudire quella speranza per sbattere in faccia una smentita.
• Con la promessa di un guadagno è possibile alimentare l’avidità: «Caldeggerò il tuo progetto a quel concorso che, se vincerai, saranno soldi e prestigio per te. Però, metti una firma anche sotto questo mio progetto che, essendo io purtroppo in giuria, non posso presentare a nome mio. Poi ci metteremo d’accordo». Vabbè, non pare corretto, sfugge qualcosa che è anche meglio non sapere, ma intanto chiudiamo gli occhi e andiamo avanti.
• La paura data dalla minaccia di una perdita può indurre al più completo asservimento: «Certo è molto invitante, ma pericoloso, ciò che stai facendo, potresti rimetterci. Lascia fare a me, ci penso io». Troppo stress: guai fallire. Meglio delegare.
• Il ricatto è un’arma potente: «Se non fai come dico io, temo che dovrò informare i superiori di quella tua assenza ingiustificata». Ok, sarebbe imbarazzante ed è meglio soddisfare, piuttosto che fare una brutta figura, in fondo non costa granché.
• Rivendicare un favore pregresso stimola il dovere di gratitudine: «E pensare a tutte le volte che sono venuto a prenderti alla stazione». Già, non è sopportabile l’idea di essere peggiori.
Dalle reazioni in questi esempi, pare emergere un tentativo di auto-manipolazione per occultare la propria inadeguatezza e l’opportunismo, ma anche il senso di colpa dovuto al rischio di non accontentare il richiedente: diventa necessario calmare l’ansia legata al sentirsi avidi, sbagliati e colpevoli, costi quello che costi, e quindi calpestare persino la propria facoltà di dire un no. Qualcuno in noi vuole convincerci che è meglio così, per essere più adatti al mondo.
Tutto questo avviene spesso in modo inconsapevole, perché neghiamo e teniamo nascoste le fragilità e i bisogni che reclamano in noi il loro diritto di esistere. Riuscire ad ammetterli consentirebbe invece di operare delle scelte più consapevoli. Forse l’ignoranza di sé riguarda entrambi, vittima e artefice del raggiro: laddove il manipolato non si rende conto di esserlo, può avvenire che anche il manipolatore non sia perfettamente al corrente di ciò che fa. Anzi, se glielo si fa notare, il più delle volte nega di farlo. Eppure non è sempre così, perché chi manipola lo può fare deliberatamente avendo ben chiaro il beneficio che persegue. Tuttavia, può ignorare le vere cause che generano la sua macchinazione.
Cosa c’è dietro questa diabolica tattica? Intanto potremmo definirla “diabolica”, per individuarne le origini nella dimensione conflittuale della dualità: sì/no, bene/male, piacere/dolore, amore/paura, giusto/sbagliato, buono/cattivo. Prendiamo quest’ultima polarità: un bambino cresce nella convinzione di dover essere buono e mai cattivo, quindi amato, e non impaurito dal non ricevere approvazione. Questo dovere, se non si realizza, diventa il disagio che ogni persona che sia stata bambina, cioè ognuno di noi, porta dentro. Ecco allora che, per evitare una prospettiva qualsiasi di tale sofferenza, si mette mano alla realtà per cambiarne i presupposti rischiosi, facendo di tutto per renderla migliore agli occhi della propria capacità di tolleranza.
Quando la nostra realtà interiore appare scomoda, scatta meccanicamente la tendenza ad accomodarsi, a domarla per renderla più confortevole. “Raccontarsela” per crederci, sperando che anche gli altri ci credano.
C’è un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda un interprete della realtà, uno smistatore di dati che Gurdjieff chiamava “Apparato formatore” o “Centro delle prime forme”: l’archivio psichico in cui sono stipate tutte le informazioni e le impressioni, belle e brutte, ricevute durante la vita fin dallo stadio embrionale. Attraverso il suo funzionamento prettamente schematico e associativo, esso distribuisce i dati accumulati avvalendosi di codici precostituiti e funziona come un filtro per definire se stessi e il mondo. Ciò accade nel credere che qualcosa, dentro o fuori di noi, ci debba piacere o disgustare, attrarre o impaurire, sembrare giusta o sbagliata. E solo perché meccanicamente viene ricondotta a un’esperienza passata, a dispetto di ogni evidenza oggettiva. Potremmo dire di essere costantemente vittime della sua manipolazione.
Dobbiamo tener conto che il nostro mondo interno è abitato anche da tutte le passioni che non tolleriamo e che quindi non ammettiamo. Vanità, rabbia, paura, vergogna, avidità, orgoglio, lussuria, invidia: nascono da un senso di mancanza, di esilio, di separazione. Sono come angeli caduti che diventano demoni: quelli nascosti nel buio e che, quando si affacciano, tentiamo continuamente e goffamente di manipolare con la seduzione, con la lotta, e che facciamo diventare in tal modo ancora più potenti, tanto da renderli nostri manipolatori. Non ci rendiamo conto di quanto tutto questo ci indebolisca e impedisca di sapere chi siamo e cosa vogliamo davvero. E ciò che accade dentro è esattamente ciò che accade fuori di noi. E viceversa, perché ci relazioniamo agli altri proprio come ci relazioniamo con noi stessi. Ma questo lo vedremo meglio più avanti.
L’atto manipolatorio si appoggia sulle debolezze, le paure e i desideri sia di chi lo infligge, sia di chi lo subisce: il bisogno di ottenere un certo risultato fa leva sul soddisfacimento del bisogno di chi, debitamente manipolato, tale risultato procurerà. Un gioco incrociato di aspettative. Il fatto è che molto spesso, per stare bene, serve una conferma dall’esterno, che dia la certezza di essere belli, bravi e quindi meritevoli di considerazione e d’affetto. Ma serve anche avere potere per non sentirsi inferiori, oppure avere controllo per non essere travolti dalla paura di sbagliare, quindi di essere puniti o sopraffatti…

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