Profughi e il nostro rifiuto

Profughi: i motivi nascosti del nostro rifiuto

di Anna Di Giandomenico

La storia di Anéma ci conduce più vicini al dramma che migliaia di profughi si trovano a vivere. È come fermarsi, finalmente, e guardare dentro, senza poter seguire la tentazione automatica di sfuggire alle notizie “scomode”, quelle che ci fanno sentire che siamo tutti responsabili, così come siamo responsabili delle nostre parti interne sofferenti che risuonano con le ferite di Anéma e di chi, come lei, vive una guerra che purtroppo è sia interna che esterna.

Anéma è il suo nome ed è originaria della Repubblica Centrafricana. È fuggita dalla sua patria, dove si consumano massacri scatenati da ingenti interessi economici, occultati dietro pseudo-motivazioni religiose. Anéma ha affrontato una vera odissea per sottrarsi a tanto odio e violenza, costretta perfino a lasciare suo fratello e suo padre per sostenere un viaggio su un barcone (come fanno ormai molti profughi), pur di porsi in salvo, lontano dalla disperazione e dalla brutalità.
Durante il colloquio che si svolge in carcere (la giovane donna, in assenza di visto d’ingresso, aveva fornito false generalità a un pubblico ufficiale, che l’aveva fermata per identificarla, ed era scattato pure il reato d’immigrazione clandestina), Anéma, che sta per presentare un’istanza di protezione umanitaria, mi racconta la sua odissea: «Dopo che la coalizione dei gruppi armati chiamati Seleka (un’organizzazione militare di ispirazione islamica radicale, ndr) ha preso il potere nel 2013, ha iniziato a sradicare la memoria storica del paese, a combattere la cultura cristiana per imporre la sharia islamica. Ma è risaputo da tutti che questa apparente guerra religiosa è solo il paravento di enormi interessi economici, visto che nel nostro sottosuolo abbiamo petrolio, uranio, oro, diamanti. Insomma è, prevalentemente, una guerra per la spartizione di potere e di denaro».
Anéma racconta di bombardamenti, di razzie nei villaggi, di esecuzioni e torture di civili, di stupri e arruolamenti dei bambini. Lei stessa ha assistito all’irruzione dei ribelli nel suo villaggio, che non hanno risparmiato neanche un orfanotrofio, sparando all’impazzata e terrorizzando i bambini, mentre erano alla ricerca di mezzi. È scossa dai singhiozzi, mentre lo racconta. Mi confida con voce stentata: «Per me ricordare quei momenti è come se ogni volta una lama mi si piantasse nel petto, fino a squarciarlo. Nella mia mente scorre senza sosta un film di orrori infiniti, che continua perfino durante i brevi momenti di un sonno in cui non riesco a trovare riposo… è impossibile cancellarle. E poi c’è il dolore fisico – ogni muscolo duole all’inverosimile – e quello emotivo che si tramuta in paura, rabbia e sconforto. Ma la ferita più atroce è quella sempre aperta e sanguinante dei ricordi. Credo che sarà così per tutta la mia vita… perché a ogni notizia che arriva dal paese, il trauma si ripete, dilatando l’esperienza del dolore. Solo pregare lenisce il grido che sgorga dalla mia ferita, che è anche la ferita del mio popolo».
Accolgo in silenzio lacrime e dolore e stendo le mani per stringere le sue, per trasmetterle un senso profondo di umana condivisione, di vicinanza. Un vago sorriso le attraversa il volto e i grandi occhi neri impauriti esprimono gratitudine verso questa sconosciuta. Mi congedo, permettendomi un abbraccio (gesto piuttosto inconsueto per un operatore presente in veste di professionista) caldo e sentito, mentre sento quanto sia necessario farsi carico dei propri ricordi per poter guarire, magari col sostegno di un altro essere umano che se ne faccia carico congiuntamente.
Mentre esco dall’Istituto di pena, un venticello mi scompiglia i capelli e, chissà perché, pensando alla storia intrisa di dolore di Anéma, mi appare l’immagine dell’Ebreo errante di uno dei quadri che Chagall ha dedicato a questa leggendari figura, che amo molto. In qualche modo, esprime la natura stessa del pittore che ha vissuto una vita errabonda fatta di nostalgia, fughe e ritorni; che ha sorvolato il secolo scorso, elevandosi sopra le tragedie del ‘900 (guerre mondiali, persecuzioni razziali, campi di concentramento). Il volo rappresenta il senso di smarrimento, di perdita delle proprie radici e di mancanza di stabilità.
Ma perché Anéma evoca dentro di me la figura simbolica dell’Ebreo errante? Rifletto sulla condizione di esule, che fa sperimentare l’insanabile frattura tra un essere umano e il suo luogo natio, fa provare la perdita di un qualcosa che ci si è lasciati per sempre alle spalle. L’esilio è connesso allo sradicamento, all’incomunicabilità e alla solitudine, alla perdita di ogni punto di riferimento. Mentre medito su questi temi, comprendo che Anéma e l’Ebreo errante rappresentano il simbolo dello sradicamento tra il mio io e la sua vera casa. Ricontatto l’esule che abita in me, come dentro ciascun essere umano, indipendentemente dall’essere espatriati, dall’essere in fuga da un regime nemico o da un ambiente ostile. Quante volte ho sentito nel più profondo di me di essere una raminga per il solo fatto di essere venuta al mondo, di essere entrata in questo piano d’esistenza? Atterrata da un Infinito a un cosmo limitato, mi sono sentita espiantata e sradicata: «Cosa ci faccio qui? E qual è il senso di questo mio essere al mondo?».
«Io che sono?». Questo interrogativo quante volte ha riecheggiato con forza dentro di me? Soprattutto quando, bambina, mi sentivo triste, infelice e sola. Terribilmente sola in un universo ostile e senz’amore. «Io chi sono?». Questa fondamentale e, allo stesso tempo, terribile domanda mi ha condotta, nell’arco della vita, a ricercare affannosamente, poi a ritrovare il contatto con le mie radici e la mia essenza più intima.
Eppure, ancora oggi, ci sono momenti in cui entro in contatto con l’Anéma che abita in me, e che mi rimanda a un vissuto di solitudine e sradicamento. In questi attimi sento forte lo sgomento e vorrei potermi librare in volo sopra i tetti bombardati della mia Vitebsk (nel quadro città d’origine del pittore, ndr) interiore, con leggiadria, distanziandomi dal dolore.
Ma, come ho sentito dopo il dialogo con Anéma, sebbene la memoria è dolore per coloro che hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle, per guarire occorre farsi carico dei propri ricordi, attraversando il proprio dolore, evitando di eluderlo o soffocarlo. Allora, facendo appello alle mie forze, mi fermo e presto attenzione alla mia profuga interiore. È scarmigliata, vestita con abiti strappati, non privi di macchie. Ha il volto emaciato, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo dolente. Stringe al petto un ciondolo, di cui non vedo la forma. Ascolto la sua voce flebile, stanca, perfino accorata: …

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