Relazioni virtuali

Relazioni virtuali e lavoro su di sé

di Luciana Moggio

Una parte fondamentale del lavoro di autoconoscenza si svolge attraverso lo studio e il miglioramento delle nostre modalità relazionali. Anche il modo con cui viviamo le relazioni sui network sociali possono indicarci alcuni aspetti interessanti di noi sui quali riflettere.

il mondo parallelo di Internet è una miniera di informazioni, dati, notizie. Ci sono siti dedicati a temi di interesse specifico, spazi dove scambiare idee ed esperienze; luoghi di incontro per riflettere, litigare, ridere, cercare l’amore e anche fare sesso. Ci sono le reti sociali cui milioni di persone affidano gran parte della propria vita mondana e di relazione. Gli iscritti ai social networks comunicano quotidianamente e in contemporanea con centinaia di amici “postando”, cioè inserendo messaggi che trasmettano stati d’animo, eventi, opinioni e commenti, ma anche pettegolezzi e maldicenze. Insomma, esattamente come accade nel mondo reale, solo che qui si frappone una distanza che rende molto più facile sentirsi liberi di esprimere di tutto: dagli istinti più bassi, alle più ispirate considerazioni.
C’è una vastissima letteratura su questo fenomeno, prodotta da specialisti di varie discipline e quindi non intendiamo fare, ora e in questa sede, un trattato sociologico o antropologico, ma ci interessa indagare proprio l’aspetto relazionale alla luce dell’Insegnamento e vedere se ciò può essere di qualche utilità ai fini di un’ulteriore comprensione.
Ma veniamo al punto: c’è un collegamento tra il Lavoro su se stessi e le relazioni virtuali?
In effetti, pare difficile trovare qualcosa nella nostra vita che non abbia connessioni con la conoscenza di sé e, a maggior ragione trattandosi qui di relazioni, vale la pena ricordare che il Lavoro su se stessi consiste nel creare una relazione con il proprio mondo interiore. Consiste nel costruire un rapporto con i suoi abitanti, più o meno noti e difficili, grazie alla costruzione di uno sguardo diverso da quello giudicante e censorio che spesso impedisce la relazione stessa. E soprattutto dalla presa di contatto con il proprio vero Sé che unicamente può regalare un nuovo sguardo e una relazione autentica.
Le impressioni che costantemente nutrono la nostra esistenza derivano sempre da un rapporto che si stabilisce con qualsiasi cosa si entri in contatto: la natura, le persone, il suono, l’arte, i pensieri, le emozioni e tutto ciò che viene percepito.
Siamo affamati di relazione e terrorizzati dalla solitudine. Il fatto che rapportarsi con gli altri sia un bisogno primario, porterebbe a pensare che il soddisfacimento di tale necessità possa garantire una vita piena e felice. Certamente sì, ma va anche detto che il campo delle relazioni è spesso l’arena dove si combattono le battaglie più sanguinose, fuori e dentro di noi.
Ciò accade nel mondo fisico in cui ognuno si arrabatta tra mille difficoltà esponendosi con la mercanzia di cui dispone e spesso faticando a dissimulare la paura, l’imbarazzo, la stanchezza, il fastidio e persino il proprio odore. Il contatto è ravvicinato e tempestivo, tanto da non lasciare spazio a troppe mediazioni. C’è il corpo a corpo in un dialogo tonico e non verbale che dice molto più di tante parole.
Invece qualcosa cambia con l’avvento di una rivoluzionaria facilità: poter incontrare e comunicare a debita distanza e in piena sicurezza nel chiuso della propria stanza, magari in pigiama. Oppure al parco, per strada, in coda a uno sportello. Comunque “altrove”.
È buffo notare molti studenti, nei minuti della ricreazione in cortile, sedersi su un muretto, in fila, e invece che stare lì a parlare tra loro, ognuno è col naso su un display a chattare per i fatti suoi, in luoghi lontani dal corpo seduto lì, insieme ad altri corpi. Oppure capita di osservare un atteggiamento simile durante i seminari: arriva la pausa e invece che due chiacchiere rilassate tra colleghi, molti preferiscono agguantare il magico strumento e parlare con chi non è presente. La stessa cosa si può facilmente osservare al ristorante: coppie, famiglie, ma anche gruppi di amici che passano la maggioranza del tempo del pasto col cellulare in mano, ognuno per conto suo.
Come se fosse più semplice relazionarsi con gli assenti e scappare via da una situazione che in qualche modo potrebbe compromettere la sicurezza emotiva. Dire la propria al mondo, senza il pericolo immediato di una reazione qualsiasi. Quando e se arriverà, come in fondo si spera, ci sarà il tempo per trovare una degna risposta. E avanti così.
Invece ora facciamo un passo indietro iniziando a immaginare di ripercorrere questi luoghi virtuali della socialità, che azzerano il tempo e lo spazio creando immediata vicinanza tra le persone e accesso illimitato a ogni tipo di informazione. Questo è un dato positivo, ma l’altra faccia della medaglia è il rischio dell’isolamento dovuto a comodità e distanza di sicurezza che possono condannare a un’abitudine esclusiva e compulsiva. Vicini e lontani, soli e in compagnia, contemporaneamente.
Vi si può accedere da una zona protetta in cui, anche non visti, è possibile sentirsi visti e vedere cosa combinano gli altri. Sì, perché appare chiaro fin dall’inizio che la ricerca sia ancora quella di uno sguardo.
Innanzitutto allora, come mostrarsi? Per quello che si è o che si crede di essere? O che si vorrebbe essere? Quale impressione dare? O il timore di mettersi in mostra potrebbe indurre a nascondersi dietro mentite spoglie, o addirittura l’anonimato?
All’atto dell’iscrizione è necessario un profilo personale e immediatamente si attivano istanze psichiche diverse, quelle sì purtroppo invisibili, che discutono su cosa inserire nei campi richiesti: data di nascita, luogo, nome, titolo di studio, professione, interessi, cinema e letture preferite.
Si va dal basso profilo, cioè poche informazioni essenziali, a volte nulle o anche false, al più fulgido curriculum. E poi c’è la foto che può essere quella ritenuta migliore per avvenenza e fascino, ma anche quella spiritosa o addirittura sgradevole. Magari al suo posto può apparire un oggetto, un animale, un simbolo insomma che rappresenti qualità estetiche e morali. O invece lasciare il vuoto, l’icona senza volto prevista dal sistema.
Quale immagine dare che possa definire una personalità?
Ecco, personalità: qui diventa interessante ricordare come Gurdjieff attribuisse questo nome al gruppo di io deputato alla difesa, all’adattamento al mondo: io generati dal bisogno di sentirsi riconosciuti e dietro i quali nascondere quelli feriti e più fragili. Una maschera protettiva e finta, allo stesso tempo utile per sopravvivere emotivamente e dannosa per la conoscenza della propria verità emotiva.
A proposito del nostro tema, appare ancora più interessante chiedersi quale io, nel momento della scelta di un ritratto personale, decida cosa presentare di sé al mondo virtuale e se per caso non stia costruendo un’altra maschera. La maschera della maschera.
Quella psicologica non è più sufficiente in questa nostra cultura dell’apparenza e così, nelle realtà della rete, è possibile fabbricarne un’altra: dietro il diaframma di un monitor, l’immagine di una presunta e soggettiva perfezione nella speranza di successo in un’innocua vita parallela.
Ma tale curiosa sovrapposizione può diventare paradossalmente smascherante, perché molti profili svelano e lasciano dedurre proprio le fragilità che vengono occultate senza saperlo, poiché nemmeno si riconoscono. Per esempio l’esibizionismo potrebbe nascondere insicurezza nelle proprie doti, o l’aggressività potrebbe celare una grande timidezza. Mostrarsi e nascondersi, contemporaneamente.
Il passo successivo consiste nel pubblicare qualcosa che esprima un orientamento, un ideale, un’indignazione, un’impresa, un gusto musicale, qualcosa insomma che descriva il soggetto e gli permetta di confrontarsi con altri. Possono piovere critiche e consensi, tutto fa brodo per non sentirsi soli e trasparenti.
Ci si apre a un grande bacino di possibilità, di amicizie nuove, di dialogo e di conoscenza, ma ancora una volta si può rivelare presto il contrario: il rischio dell’esclusione per divergenze di gusti e opinioni, con la creazione di circoli chiusi e schieramenti. Apertura e chiusura, contemporaneamente.
Vicinanza e distanza, esibizione e nascondiglio, apertura e chiusura: siamo incappati in queste coppie di contrari che indissolubilmente e allo stesso tempo connotano in modo tanto palese la navigazione sulle acque virtuali. Non sono esenti dalla dualità, così come non lo è il mondo reale dove spesso ci dibattiamo come pesci impazziti, intrappolati nella rete degli opposti, nei dubbi e nelle contraddizioni, nell’incapacità di scegliere. Dove la via che sul momento sembra più comoda e meno rischiosa, il più delle volte rivela l’insidia della negazione di sé e dei propri desideri profondi, della perdita di senso. Perché non ci accorgiamo. Manca una visione d’insieme e ci affidiamo alle schegge di verità che ci fanno meno paura.
E proprio la rete può farci vedere chiaramente, se stiamo attenti, i paradossi che possono istruirci inducendo delle domande da fare a noi stessi e che riguardino invece le schegge più pungenti. Come, per esempio, la solitudine, la carenza, l’ansia, la noia…

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