Donna scrivendo

Una lettera mai inviata
La caduta delle maschere

di Paola De Vera D'Aragona

Un viaggio di sorprendente dolcezza e umanità, di forza e di fragilità, accanto a un’Amica che ci ricorda come dietro la malattia, la paura, il dolore e il senso di impotenza, continua a permanere, fulgida e immortale, la nostra Bellezza.

Cara Maria Teresa,
mentre sono per strada venendo da te, nella tua casa, ti penso e già mi chiedo se oggi sarò all’altezza della tua situazione, se saprò stare con te come sento nel profondo del cuore di voler stare.
Ti trovo, come sempre, seduta sul divano, gli occhi fissi nel vuoto. Non parli: il tuo silenzio è dovuto a una malattia che non perdona. Una sorta di limbo in Terra.
Cerco di mettermi in contatto con te proprio attraverso il contatto: unico senso che abbia un senso. E, pur vigile e attenta alle tue necessità, sprofondo nella nostra relazione e in un dialogo interiore con me stessa.
La lezione che mi viene da te è il ricordo della malattia, della sofferenza, della morte e dell’impermanenza di tutto. È una lezione immediata, non appena ti scorgo, tutte le volte così.
Mi fai lavorare sulle mie paure sperimentando. Tu per me sei la perla, il “ricordati della perla” di cui parla la gnosi. Sei lo «… spaccate il legno, io sono lì dentro. Alzate la pietra, e lì mi troverete».
Cerco oggi, volontariamente, come le altre volte, direi quasi disperatamente, di contattarti: il mio tempo è per te, il mio prezioso tempo di cui sono stata sempre così gelosa! Come mi hai cambiata! Ero una feroce guardiana del mio tempo, strettamente riservato a me stessa e ai miei tanti interessi come l’amore per mia figlia, lo studio, il lavoro, la lettura. Ma allora non avevo ancora intrapreso un cammino spirituale alla ricerca della vera me stessa… Pensavo alla mia missione di madre, alla mia professione, ad alimentare la mia mente. Altro non sembrava esserci: o forse sì, una vocina ogni tanto mi sorprendeva bisbigliandomi che dell’altro c’era, che non ero nata solo per i miei interessi… forse come nelle parole del Cristo: «… colui che conosce il tutto, ma è privo (della conoscenza) di se stesso, è privo del tutto».
Stando a contatto con te, si agita in me un mondo di emozioni di solito sopite e ti ringrazio silenziosamente di permettermi di stare qui con te: questo sì che è un dono. Stare con te, più che aiutare te, aiuta me.
Mi fai cadere tutte le maschere, tutto ciò che in me è falso, il “falso me” in cui tanto ho voluto credere, forse per non vedere altro: i miei molti frammenti di essere non maturato per le tante ferite, la mia parte oscura e, quindi, offuscata da ombre che il cammino gnostico vuole sanare e riempire di sole.
La via spirituale ha cambiato tante cose: la via gnostica, via della sperimentazione e della conoscenza ha aperto antiche porte chiuse col chiavistello. Ho imparato ad aprirne alcune usando la Sua mano, a provare a guardare con i Suoi occhi e ad ascoltare gradualmente meno il Giudice (la maiuscola ci vuole, cara Teresa) che mi sussurrava di essere, dopotutto, una poveretta, ben poco degna del Suo amore. La via gnostica mi ha insegnato a costruire in me un punto libero, luminoso e di rinnovamento: a fare silenzio in me in modo da poter udire il Suo alito di vita.
Stare vicino a te è sentire che la tua fragilità, messa in evidenza dalla malattia, è anche la mia fragilità; la tua paura, così come la tua debolezza, le ritrovo in me anche se tendo a rifuggirle. Mi sento disarmata rispetto alla fine e a questa oscena malattia che evoca in me profonde paure inconsce. E solo se riesco a integrare dentro questa essenza fragile, solo così, posso ogni tanto riuscire a scorgere la Bellezza anche lì dove non c’è.
Mi vengono ancora in mente e nel cuore le parole di Gesù: «Venite a me, perché il mio giogo è dolce e mite la mia dominazione, e troverete per voi un riposo». Talvolta, con la vista umana il giogo non sembra né dolce, né mite. Ma quello non è lo sguardo che abbisogniamo, ciò che necessita è Lo Sguardo.
Standoti accanto, sento di alimentarmi di qualcosa che è vivo come magistralmente Gesù suggerisce con “vivete del vivente”. Eppure, tu sei lì, apparentemente, una vivente morta alla vita normale. Ma ciò che è vivo per me ora è altro… Provare a stare su una via spirituale mi ha insegnato a costruire, almeno a tratti, un’immagine di Bellezza, là dove lo sguardo umano non vede altro che dolore e spaesamento (lo so che mi ripeto, Maria Teresa, ma devo farlo). Ma talvolta, con te, riesco ad avere un’immagine di cose vive, l’immagine di questa Bellezza, di questo punto luminoso dentro di me… altrimenti non è possibile alcun cambiamento. Solo se riesco a integrare dentro di me la mia essenza fragile, sono in grado di gettare le basi per iniziare a vedere la Bellezza anche lì dove non c’è. E tu per questo sei essenziale…

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