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WhatsApp, come disintossicarci

di Luciana Moggio

Gli oggetti delle nostre dipendenze si sono oggi allargati al campo tecnologico. La capacità di rompere un’abitudine radicata ci consente di osservare gli stati d’animo successivi al “risveglio”, come indicatori dei nostri bisogni, limiti e fragilità.

Chi possiede un telefono multimediale connesso alla rete ha la possibilità da qualche anno di utilizzare un’applicazione gratuita e molto diffusa, che permette di comunicare con i propri contatti in qualsiasi luogo e con svariate modalità: messaggi, telefonate, immagini, documenti, musica, video. È, la conoscerete tutti, WhatsApp.
Una meravigliosa opportunità che consente in tempo reale di scambiare ogni genere di informazione persino tra più persone, creando gruppi di lavoro, di interesse comune, di semplice amicizia o di parentela. Tutto è a portata di mano, con grande risparmio di denaro e di tempo.
Anch’io ne ho approfittato fin dall’inizio, e mi sono talmente abituata che ormai non uso quasi più il “vecchio” sms e anche le normali telefonate si sono assai ridotte. In compenso, ho spesso il cellulare in mano per inviare saluti, auguri, informazioni, per leggere e rispondere ai messaggi che costantemente ricevo. Inoltre, se non c’è il tempo per scrivere, è possibile con un semplice touch registrare e far arrivare immediatamente quanto si vuole comunicare: un rapido scambio vocale molto meno impegnativo di una chiamata.
Qualche volta riesco ad aspettare, a non interrompere quel che sto facendo ma, molto più spesso, vince la curiosità e mi precipito a guardare piantando lì tutto, perfino una conversazione.
Quanta presa ha su di me questo aggeggio? Questo minuscolo scrigno di relazioni e di compagnia?
Siamo sempre in relazione con qualcuno: una relazione sana o malata, reale o illusoria, spesso, obiettivamente, non equilibrata.
Quando inizia a crearsi uno stato di dipendenza? Tale parola fa automaticamente pensare alla droga, all’alcol, al fumo o al sesso, con riferimento all’abuso e all’autodistruzione. In realtà dipendiamo da tutto ciò che ci permette di sopravvivere e anche di vivere bene, nella comodità, nel piacere.
Ogni abitudine può essere considerata una forma di dipendenza e non per questo deve necessariamente essere giudicata come negativa. Il problema non è la cosa in sé, ma il rapporto che si stabilisce con essa e, soprattutto, il non esserne consapevoli.

 

Una mini rivoluzione
L’unico modo per rendersene conto è fare uno sforzo, osare un piccolo scatto rivoluzionario e interrompere l’azione, per vedere cosa succede facendone a meno. Così, decido su due piedi di disinstallare WhatsApp e di smettere per un mese di utilizzarlo. Esercizio che prevede anche di non avvertire…
Decido. Malgrado la forte resistenza dovuta a un vago senso di allarme, quasi di pericolo, raccolgo la sfida: premo l’ultimo comando senza darmi il tempo di valutarne tutte le conseguenze.
Accidenti! Mi accorgo di aver perso irrimediabilmente messaggi cui tenevo molto, testimonianze di affetto e di stima che mi facevano sentire importante e amata. Cose insomma che mi davano valore. È come se ora quel valore lo avessi perduto.
La prima notte fatico a prendere sonno, con l’impressione di essermi tagliata fuori dal mondo. Provo rimpianto e una voce mi rimprovera per la mia superficiale irruenza. Sento paura, come per un distacco. Sparire così, cosa sarà di me? Mi sento persa e fragile, abbandonata, anche un po’ tradita. Da me stessa. Ricordo poco i messaggi persi a cui tenevo tanto. Forse perché erano lì in cassaforte e avrei potuto rivederli in qualsiasi momento. Torno a riflettere sulle parole d’amore cancellate, sulla miriade di cuori, fiori, baci, sorrisi, battimani, battute e fotografie legate a momenti che non torneranno più.

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